Il salario “giusto”

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 C’è sempre, in ogni momento dell’anno, un contratto nazionale di lavoro da rinnovare perché c’è sempre un contratto già scaduto. Adesso c’è anche il salario “giusto” a complicare una situazione già molto al di là della sopportabilità.

 I CCNL sono definiti e sottoscritti da chissà chi e chissà quando e nessun lavoratore né imprenditore ha contezza dei dettagli del contratto che sta applicando e quindi non sarebbe valido perché ogni contratto è valido solo se liberamente accettato dai contraenti; in questo caso non è conosciuto dai suoi destinatari, è scritto da altri -in genere burocrati e non lavoratori- e quindi non dovrebbe essere applicabile; ma in Italia si “suppone” che tutti ne siano a conoscenza e quindi si impone la loro universale validità e obbligatorietà; il diritto è visibilmente cosa ignota a molti e sinistra e destra non hanno molta fiducia della categoria dei datori di lavoro e quindi da tempo è invalsa la regola della obbligatorietà più o meno camuffata dei CCNL. Il salario “giusto” rafforza tale disprezzo per le categorie di pagatori di salari e dei percettori di salari e quindi rafforza la obbligatorietà dei contenuti dei CCNL. Inoltre il mancato rinnovo di un contratto comporta automaticamente, secondo questa nuova legge, un suo rincaro del 30% al fine di indurre le parti a non fare i furbi. Dando però una enorme forza contrattuale al sindacato che così può attendere quanto serve per far scattare automaticamente un aumento stratosferico. Una sbandata elettorale? Così sembra, ma vedremo nei dettagli se vi sono correttivi!
 Certo è che mentre per i dipendenti pubblici e per quelli delle grandi imprese tutto ciò ha un senso per la natura pubblicistica e per la dimensione delle aziende, per le imprese minori tutto ciò si traduce in una imposizione arbitraria, cioè fuori dalle regole di mercato, del contratto stesso. Siccome le Pmi sono la maggioranza delle imprese esistenti ci occupiamo e preoccupiamo di queste ultime.
 -La realtà economica italiana è molto differenziata non solo tra nord e sud ma anche all’interno delle stesse città. Imporre gli stessi diritti dei lavoratori al centro e alla periferia significa condannare le periferie alla morte economica e a consegnarle alla malavita; cioè a quelle organizzazioni che si fondano sulla negazione del rispetto delle regole “ufficiali”. Fenomeno già cronicizzato.
 -se è vero che il sindacato trae ragione di esistenza e legittimazione dalla necessità di difesa del contraente debole (che una volta era il lavoratore dipendente a fronte del datore di lavoro) è altresì vero che a seguito delle tante leggi di tutela del lavoratore -come l’ultima del salario “giusto”- oggi il contraente debole è l’autoimpiego e le pmi che non nascono e non crescono proprio come conseguenza della esistenza del sindacato e dei contratti imposti. Quindi serve una maggiore tutela e difesa della micro e della piccola impresa dalle intemperanze del sindacato che è troppo più “grande” e “forte” di ogni Pmi. L’autoimpiego infine altro non è che un lavoratore come quelli dipendenti ma privo di “diritti” e destinatario solo di doveri. Queste “persone” (per usare un termine caro al Santo Padre) vanno rispettate.
 -il mercato del lavoro è costituito da gente esperta come da gente non esperta; inoltre a queste due categorie se ne sono aggiunte altre; precisamente da gente che non solo non è esperta ma non potrà imparare a svolgere un lavoro perché non conosce la lingua. Chi non conosce la lingua è come fosse sordomuto semplicemente perché non capisce quello che gli si dice e non riesce a dire quello che vuole far sapere. Come può mai imparare a lavorare? Come si possono considerare uguali agli altri? Quindi serve insegnare a costoro la lingua e poi, ovviamente, il lavoro da effettuare; tutto a carico del datore di lavoro. Spese che mettono fuori mercato qualunque impresa; se poi le frontiere sono aperte all’importazione di beni similari realizzati in posti del mondo ove tutto costa molto meno che da noi, il futuro è segnato.
 -lo svilupparsi dei “diritti” a favore dei lavoratori con il connesso straripare della invadenza del sindacato ha indotto molti imprenditori a meccanizzare i processi produttivi anche se a discapito della qualità delle produzioni. Tutto ciò ha prodotto sempre più elevata disoccupazione che costituisce il prezzo dell’insieme dei “diritti” che è il costo complessivo delle retribuzioni per il datore di lavoro di cui al lavoratore arriva in contanti una piccola parte. 
  Come si vede ai negoziatori e alle associazioni datoriali si impone un compito enorme teso a tutelare la categoria delle imprese minori e dell’autoimpiego anche in chiave di recupero di parte della disoccupazione e della parte di lavoratori inadatti al lavoro per ragioni di lingua e in genere di attitudini. Quindi si impone la sostituzione dello stato nell’insegnamento della lingua; poi anche nell’insegnamento del lavoro da effettuare; la cosiddetta “formazione” peraltro specifica per la singola impresa. 
Quindi e per sintesi, i CCNL mantenendo l’insieme dei diritti molto al di sopra di quelli necessari a garantire il pieno impiego producono disoccupazione vasta e profonda ormai cronicizzata; solo le PMI hanno la elasticità necessaria per assorbire tali eccedenze ma se i CCNL vengono applicati anche a loro la disoccupazione non calerà mai.
 Inoltre se non esiste neanche una vaga idea di come strutturare il mercato del lavoro diversamente, se cioè non si avverte neanche l’esigenza di studiare un percorso alternativo, più semplice, più flessibile, più vicino alla realtà dei lavoratori e delle imprese, se addirittura non si avverte la necessità di differenziare il contenuto dei contratti tra nord e Sud, tra grandi e piccole imprese, tra centri industriali e commerciali e periferie in via di spopolamento, … evidentemente nei Palazzi si parla di altro che non della realtà economica e sociale effettiva. 
CANIO TRIONE

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