Non tutti sanno che a Bari, precisamente a Valenzano, esiste un Centro Internazionale di Studi Agronomici… che -dal suo sito internet- “vanta una lunga storia di cooperazione multilaterale e regionale e offre formazione, ricerca, assistenza tecnica e sviluppo delle capacità”. Dietro questa cortina fumogena di termini neo retorici c’è il desiderio di diffondere almeno tra gli stati aderenti al Centro stesso delle conoscenze agronomiche che possano aiutare quelle popolazioni meno fortunate a vedere crescere il loro reddito. Da decenni esiste ed opera con questa intenzione ma nessun paese povero ha cambiato la propria condizione, né nessuna porzione della sua popolazione si è arricchita, né l’agricoltura meridionale ha avvertito un qualche progresso ma solo aggravi; e qualcuno arriva ad asserire, circa la xylella, che se il Centro non ci fosse stato o non fosse esistito, non sarebbe arrivata tra noi. Gli illuminati fondatori non dovevano essere evidentemente italiani! infatti hanno pensato non di originare nei paesi aderenti uno sviluppo complementare a quello di altri stati ma di esportare lì le competenze maturate in agricoltura qui a Valenzano e nel Mezzogiorno d’Italia in più millenni…. Cioè hanno pensato che visto il livello incredibilmente elevato del valore della dieta italiana, dell’agricoltura meridionale, del funzionamento del distretto agroalimentare meridionale, del suo valore sociale ed economico estremamente includente, conveniva replicarlo altrove per trarre fuori dalla miseria quelle popolazioni! Tutto questo però a spese del contribuente che, ignaro, ha pagato e continua a pagare il conto, e comunque -ancor peggio- a spese dell’agricoltura meridionale che adesso deve subire la concorrenza non solo di Spagna e Grecia ma anche di Tunisia, Turchia ecc. ecc. divenuti produttori di alimenti simil italiani cosa sotto gli occhi di tutti ormai in maniera cronica. Mi hanno chiesto come mai le Istituzioni italiane non hanno contrastato un abominio del genere? Altri si meravigliano del come i contadini non abbiano imbracciato i forconi e assalito questo luogo? forse sono contenti? La maggior parte delle domande vertevano sul ruolo delle organizzazioni di categoria: se avessero insegnato a destra e a manca come si fa l’aceto balsamico o il parmigiano cosa sarebbe accaduto? Gli olivicoltori bitontini e andriesi che sono persone ormai esperte e combattive non intendono stare a guardare la dissoluzione dell’intero comparto e stanno per dissotterrare l’ascia di guerra. Questa levata di scudi cova sotto le ceneri da molto tempo ma emerge impetuosa dopo il crollo del prezzo dell’uva da tavola dell’estate del 2025, dopo il collasso mortale della ciliegia del 2026, e dopo aver dovuto registrare il livello dell’invenduto del mitico olio extravergine pugliese della primavera 2026. Certamente l’azione di questo Centro non è stata decisiva in questi fenomeni nazionali ed internazionali ma quella idea politica così cara alle sinistre di “aiutare” i poveri d’oltremare impoverendo i politicamente deboli di casa nostra, è certamente la ragione principale che ha impedito ai governi di porre in essere una qualunque forma di politica di valorizzazione della nostra “sovranità alimentare” (altra prodezza verbale totalmente vuota che nessuno sa a cosa potrebbe portare). Naturalmente tutto ciò accade mentre da decenni ci si lamenta dell’immenso mercato di cibo italian sounding diffuso nel mondo come tortellini fatti nel Sussex e venduti nei supermercati esibendo il tricolore in confezione, o il parmesan sudamericano… in questo sfacelo ci si chiede: che fare? Serve immediatamente introdurre misure ardite e decise tra le quali il chiudere questo “centro” ed uscire repentinamente dall’accordo che lo ha generato può essere solo un timido segnale. Lo sviluppo dei Paesi a noi amici dell’Africa o dell’Asia non si fa soltanto con strade e ferrovie nuove (cioè con alcune infrastrutture da costruire e gestire per la gioia dei costruttori nostrani detto da taluni “Piano Mattei”) e neanche replicando lì il nostro modello di sviluppo che fa concorrenza ai nostri produttori e non sarà mai come è l’originale. Serve produrre lì cose che non abbiamo e che non possiamo avere e che già importiamo come l’energia o la legna per industria, e realizzare questi nuovi investimenti con la collaborazione della gente locale. Mentre si attende una resipiscenza della classe politica molti nostri contadini si sono allontanati dalla agricoltura per lasciare libero il loro posto a favore di africani e asiatici che avrebbero dovuto essere i destinatari della attività del “Centro” e degli altri organismi internazionali a ciò deputati; sempre più terreni vengono abbandonati con grave danno per l’ambiente e il paesaggio e la filiera agroalimentare. Che si attende? La situazione della nostra agricoltura è la misura precisa del disastro culturale della nostra politica che anche i nuovi partiti non sembrano in grado di sanare. Diciamo ai nostri contadini e ai tanti giovani che si avvicinano all’agricoltura per scegliere una vita migliore: non desistete mai! il futuro di tutti siete voi! perché quelli che stanno dal lato giusto della storia e della economia siete voi!!! CANIO TRIONE
