Trump vuole ritirare le truppe dall’Italia e dalla Spagna?
Lo scorso maggio disse di sì. Ora sulla vicenda non risponde o, meglio, con il proprio silenzio e con l’ultimo giudizio di «pessima fan» rivolto alla Meloni — per non aver aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran, si veda il mancato utilizzo della base di Sigonella — sembrerebbe confermare la sua volontà di ritiro.
E in Italia che succede?
Tutto l’establishment si strappa le vesti. E perché mai?
In fondo, la presenza delle basi USA in Italia altro non è che la certificazione della sudditanza del Bel Paese a Washington e, dopo ottant’anni, sarebbe anche giusto chiudere definitivamente il capitolo della Seconda guerra mondiale, con le relative limitazioni di sovranità imposte all’Italia.
E allora perché le nostre élite piangono?
Piangono perché, in ottant’anni, tre generazioni di italiani si sono ingrassate e arricchite all’ombra della bandiera di Zio Sam. A loro non è mai importato nulla dell’Italia, della Patria, dello Stato o delle istituzioni, repubblicane o monarchiche che fossero. A questi soggetti, nella migliore tradizione italiana, è sempre interessata soltanto la pagnotta perché, come si diceva nel XV secolo: «Viva la Francia, viva la Spagna, purché se magna!».
E così, dal rassicurante e cristiano «tengo famiglia», si è passati alla casa e alla Seicento, fino ad arrivare ai posti dirigenziali, alle università straniere e a tre vacanze all’anno all’estero. E a tutto questo questa pletora di parvenu non vuole rinunciare, costi quel che costi, anche a prezzo della liquefazione dell’identità nazionale dentro un contenitore più grande che potrebbe essere, senza ombra di dubbio, un’Unione Europea trasformata essa stessa in Stato. Che sia federale o confederale poco importa: l’importante è che questa nuova entità consenta carriere prestigiose e ben remunerate.
Vuoi mettere essere il capo di uno Stato o il presidente del Consiglio di un Paese che conta sessanta milioni di abitanti rispetto a uno che ne conta trecentocinquanta? E lo stesso discorso vale per i generali, i giudici, i burocrati, i capitani d’industria e così via.
Infatti, benché la NATO e l’UE siano due organismi internazionali diversi per natura, compiti e finalità, chi sostiene l’una è spesso favorevole anche all’altra, perché entrambe garantiscono alle nostre élite l’esplorazione di nuovi lidi e la possibilità di ulteriori e floride carriere. E chi già occupa queste posizioni non ha alcuna intenzione di cederle ad altri.
Altro che ascensore sociale: qui siamo nel pieno della necrosi della cooptazione familiare.
È forse falso che, pur partendo da posizioni politiche, culturali e ideologiche spesso molto diverse tra loro, pensatori e commentatori del calibro di Giulietto Chiesa, Massimo Cacciari, Giuliano Ferrara, Massimo D’Alema, Luciano Canfora, Marco Travaglio, Paolo Barnard e, più recentemente, Alessandro Orsini abbiano più volte evidenziato come in Italia esistano posizioni apicali — direttori dei grandi giornali, vertici dei servizi, Bankitalia, grandi aziende pubbliche — difficilmente accessibili a chi venga percepito come ostile agli interessi strategici statunitensi?
E non è altrettanto vero che molti di loro, seppur con linguaggi e conclusioni differenti, abbiano sottolineato come l’Italia, dalla fine della Seconda guerra mondiale, sia stata inserita in un sistema di alleanze capace di influenzare inevitabilmente la selezione delle proprie classi dirigenti?
E allora costoro, anziché accendere ceri votivi e deporre corone di fiori ai loro santi patroni per tanta grazia ricevuta dal buon «Donaldo», perché non trovano, neppure dinanzi a questa memoria collettiva accusatoria, il pudore di tacere?
Perché continuano a piangere all’eventualità che gli americani si ritirino?
Eppure dovrebbero essere abbastanza esperti del mondo da capire che le invettive del tycoon sono soltanto parole, utili a lanciare segnali e cortine fumogene per mascherare e celare quella che, a loro dire, sarebbe la disfatta statunitense in Persia; una disfatta che però Giorgia Meloni, come accadde a Craxi, non pagherà oggi né domani, ma in un tempo indefinito che prima o poi arriverà. Non a Trump, bensì agli Stati Uniti stessi.
Magari gli americani se ne andassero davvero, lasciandoci liberi di camminare con le nostre gambe. Sarei talmente felice da fare come Sabrina Ferilli con il celebre spogliarello al Circo Massimo. Ma, fortunatamente per voi, vi risparmierò questa orrenda visione, perché gli americani, che in questo caso sono il dominus in Italia, come direbbe Dario Fabbri, potrebbero andarsene dal Bel Paese soltanto per tre motivi:
Ma, ahimè, siamo ben lontani da ognuna di queste tre ipotesi. E ciò ci lascia soltanto la vergogna derivante dalla certezza di avere una classe dirigente di cartone e corrotta.
Perciò, gente, non abbiate timore di ricordare volti e nomi di questi eroi, affinché si possa tributare loro il giusto premio a tempo debito.
Lorenzo Valloreja
