E sì, per Belen i guai sembrano davvero non finire mai.
Ora la showgirl argentina sarebbe stata iscritta anche nel registro degli indagati per una presunta omissione di soccorso in relazione a un incidente stradale avvenuto lo scorso 23 maggio. Una vicenda che si sarebbe verificata proprio la mattina precedente a quella crisi personale che, secondo numerose ricostruzioni giornalistiche, avrebbe raggiunto il proprio culmine poche ore più tardi, quando a prestarle soccorso sarebbe stato l’ex marito Stefano De Martino.
Ma al di là degli aspetti giudiziari, che saranno eventualmente chiariti nelle sedi opportune, vi è un altro elemento che colpisce particolarmente l’osservatore.
Il tutto avviene infatti mentre continuano a rincorrersi indiscrezioni e retroscena riguardanti il futuro professionale della showgirl. Tra queste, anche quelle rilanciate da Fabrizio Corona secondo cui la conduzione dell’Isola dei Famosi, alla quale il nome di Belen sarebbe stato accostato negli ultimi mesi, sarebbe stata infine affidata a Selvaggia Lucarelli.
Che tali indiscrezioni siano fondate o meno conta relativamente ai fini del ragionamento che intendo sviluppare. Ciò che appare interessante è piuttosto il loro valore simbolico.
Perché nell’immaginario collettivo la sostituzione di una regina della televisione con un’altra figura mediatica rappresenta sempre qualcosa di più di una semplice scelta editoriale. È il segnale che il tempo passa per tutti, anche per coloro che sembravano destinati a rimanere eternamente al centro della scena.
Ed è forse proprio questo l’aspetto che colpisce maggiormente.
Fa infatti una certa tristezza vedere quella che per anni è stata probabilmente la “farfallina” più amata dagli italiani attraversare una fase tanto complessa della propria vita pubblica.
E non uso questa espressione a caso.
Quella farfallina mostrata durante la celebre discesa della scalinata di Sanremo divenne infatti il simbolo stesso del momento di massimo splendore di Belen Rodríguez. In quei giorni la showgirl argentina sembrava letteralmente onnipresente. Televisione, pubblicità, copertine, interviste, social network. Tutto contribuiva a trasformarla in una delle icone più riconoscibili della cultura popolare italiana.
Proprio per questo il contrasto con la situazione attuale appare ancora più evidente.
Eppure, anni prima, il cinema aveva già raccontato qualcosa di simile.
In Se sei così ti dico sì, il personaggio interpretato da Belén è una donna che comprende di valere più come icona commerciale che come essere umano. Una celebrità ammirata da tutti ma, proprio per questo, sempre più sola.
Rivedendo oggi quel film, viene quasi da chiedersi se quella non fosse, almeno in parte, anche una rappresentazione inconsapevole della stessa Belén. Come se Talita Cortès non fosse soltanto un personaggio cinematografico, ma una sorta di anticipazione delle contraddizioni che accompagnano molte persone travolte dal successo.
Perché il rischio di chi viene trasformato in un’icona è sempre lo stesso: finire per identificarsi con l’immagine che gli altri hanno costruito attorno a lui, dimenticando progressivamente la persona che esiste dietro il personaggio.
Naturalmente Belen non sarebbe né la prima né l’ultima celebrità a confrontarsi con il difficile passaggio che accompagna il declino della popolarità. Il mondo dello spettacolo è spesso spietato: costruisce miti con impressionante rapidità e con altrettanta velocità li sostituisce con volti nuovi.
La storia dello spettacolo è piena di esempi. Vengono alla mente Nadia Cassini, Serena Grandi, Laura Antonelli e molte altre protagoniste che, per ragioni differenti, hanno dovuto fare i conti con il trascorrere del tempo, con il mutare dei gusti del pubblico e con la perdita di quella centralità mediatica che sembrava destinata a durare per sempre.
Ma, come si suol dire, non tutto il male viene per nuocere.
Vi è infatti chi, proprio attraverso le difficoltà, ha intrapreso un percorso di profonda trasformazione personale. Basti pensare a Laura Antonelli o a Claudia Koll che, in momenti diversi della loro esistenza, hanno trovato nella fede religiosa una nuova ragione di vita, prendendo in larga misura le distanze dall’immagine pubblica che le aveva rese celebri.
Eppure, osservando vicende come quella di Belen o di tante altre celebrità finite improvvisamente al centro di crisi personali, depressioni o momenti di smarrimento, molti di noi sono spontaneamente portati a reagire con una battuta tanto egoistica quanto ingenua.
Quante volte abbiamo sentito dire: «Ma queste persone di che cosa si lamentano?».
In fondo sono ricche, famose, vivono in case da sogno, viaggiano in tutto il mondo e vengono ammirate da milioni di persone.
E allora viene quasi naturale pensare a chi non riesce a pagare il mutuo, a chi ha perso il lavoro, a chi combatte contro una malattia, a chi assiste un figlio disabile o problematico, a chi affronta ogni giorno problemi ben più concreti e immediati.
Eppure la realtà sembra raccontarci qualcosa di diverso.
Ci ricorda che il successo non coincide necessariamente con la felicità e che la ricchezza non mette al riparo dalla sofferenza.
Anzi, talvolta sembra quasi che la vita si diverta a smontare le illusioni che noi stessi costruiamo.
Michael Schumacher era il simbolo della velocità. Per milioni di persone rappresentava il dominio assoluto dell’uomo sulla macchina, il talento, la disciplina e la vittoria. Eppure non fu una gara automobilistica a fermarlo, bensì una banale giornata sugli sci.
Christopher Reeve era Superman. Nell’immaginario collettivo rappresentava la forza, la salute e l’invincibilità. Eppure trascorse gli ultimi anni della propria vita immobilizzato dopo una caduta da cavallo.
Due uomini diversi, due storie diverse, ma la medesima lezione.
La fragilità umana non guarda il conto in banca.
Non guarda la fama.
Non guarda il successo.
Arriva e basta.
Forse è proprio per questo che la nostra epoca fatica ad accettarla.
Viviamo in una società che ha trasformato la giovinezza in una religione, la bellezza in un dovere e il successo in una misura del valore umano.
La vecchiaia è diventata un tabù.
La malattia viene nascosta.
La morte viene rimossa dal discorso pubblico.
Come se bastasse non parlarne per farle scomparire.
Eppure la realtà continua ostinatamente a ricordarci che non siamo onnipotenti.
Forse è anche per questo che alcune persone, dopo avere conosciuto fama, successo e ricchezza, decidono di cercare altrove il significato della propria esistenza.
Forse è ciò che è accaduto a Laura Antonelli e a Claudia Koll.
Forse è ciò che accade a molti uomini e donne quando comprendono che esiste una differenza tra il possedere tutto e il trovare un senso alle cose.
Sic transit gloria mundi.
Così passa la gloria del mondo.
Non come una condanna, ma come un richiamo alla realtà.
Perché il vero discrimine dell’esistenza non è il successo o l’insuccesso.
Non è la ricchezza o la povertà.
Non è la fama o l’anonimato.
Il vero discrimine è il modo in cui utilizziamo ciò che ci è stato dato.
È il modo in cui rispondiamo alle prove della vita.
È il modo in cui scegliamo di stare accanto agli altri esseri umani.
C’è chi utilizza il successo per servire soltanto sé stesso.
E c’è chi lo utilizza per aiutare gli altri.
C’è chi, di fronte alla sofferenza, si abbandona alla rabbia, all’alcol, alle dipendenze o alla disperazione.
E c’è chi invece riesce a trasformare il dolore in comprensione, solidarietà e servizio.
Lo stesso vale per chi non ha conosciuto né fama né ricchezza.
Anche nella povertà esiste il libero arbitrio.
Anche nella sofferenza esiste una scelta.
Si può vivere odiando il mondo oppure cercando di renderlo migliore.
Si può vivere chiusi in sé stessi oppure mettendosi al servizio del prossimo.
Ed è forse qui che si trova la grande lezione che troppo spesso dimentichiamo.
L’essere umano è un animale sociale.
Ha bisogno degli altri.
Ha bisogno di amare e di essere amato.
Ha bisogno di sentirsi utile.
Perché la solitudine che la nostra epoca presenta come una forma di libertà assoluta finisce spesso per trasformarsi in una prigione.
E ciò che colpisce maggiormente in tante vicende contemporanee non è il successo, né il denaro, né il fallimento.
È la solitudine.
La solitudine di uomini e donne che hanno avuto tutto e che, nonostante ciò, continuano a cercare qualcosa che il successo non è mai riuscito a dare loro.
Forse perché, come scrisse Dante nell’ultimo verso della Divina Commedia, è «l’amor che move il sole e l’altre stelle».
E quell’amore non è semplicemente il desiderio o la passione.
È la capacità di uscire da sé stessi, di riconoscere l’altro e di mettersi al suo servizio.
Forse la vera felicità non consiste nell’essere ammirati, desiderati o invidiati.
Forse consiste nel sentirsi parte di qualcosa di più grande di noi.
Nel comprendere che questa vita è un passaggio.
Che il successo passa.
Che la bellezza passa.
Che la ricchezza passa.
Che la gloria passa.
Ma ciò che abbiamo donato agli altri, ciò che abbiamo costruito negli altri e ciò che abbiamo amato negli altri, quello forse rimane.
Ed è forse lì che si misura davvero il valore di una vita.
Lorenzo Valloreja
