A Trani tre bambini tra i 10 e 12 anni hanno rubato un’auto.
Rileggi questa frase lentamente.
Tre bambini tra i 10 e 12 anni.
Non tre giovani adulti. Non tre diciottenni. Bambini.
In un Paese che discute ogni giorno di sicurezza, criminalità, degrado urbano e videosorveglianza, la notizia più sconvolgente non è il furto dell’automobile. La notizia è che a compiere quel gesto sarebbero stati minori che dovrebbero ancora vivere l’età dell’innocenza.
E invece eccoli lì: al centro di un inseguimento, protagonisti di una pagina di cronaca che assomiglia più a un fallimento collettivo che a un semplice fatto di polizia.
Quando un bambino arriva a rubare un’auto, la domanda non può fermarsi al “come”. Deve arrivare fino al “perché”.
Perché un ragazzino dovrebbe desiderare l’adrenalina di una fuga anziché quella di una partita a pallone?
Perché dovrebbe sentirsi attratto dal rischio anziché dalla scoperta?
Perché dovrebbe conoscere il linguaggio della strada prima di quello delle opportunità?
Sono domande scomode. E proprio per questo necessarie.
Troppo spesso reagiamo alle notizie come consumatori di indignazione. Leggiamo, commentiamo, condanniamo e passiamo oltre. Ma vicende come questa meritano qualcosa di più di un giudizio rapido sui social network.
Meritano un esame di coscienza. Perché dietro ogni bambino che sbaglia c’è quasi sempre una storia che nessuno ha ascoltato abbastanza. Ci sono fragilità che non hanno trovato sostegno. Ci sono segnali ignorati. Ci sono responsabilità individuali, certo. Ma anche responsabilità educative, sociali e culturali. Non significa dimenticare chi ha subito quel gesto. Dietro questa vicenda c’è anche una donna che si è vista costretta a scendere dalla propria auto e consegnare le chiavi sotto minaccia. C’è una persona che ha provato paura, vulnerabilità, smarrimento.
Ogni riflessione sulle cause sociali ed educative che possono aver portato dei minori a compiere un atto del genere non può prescindere dal rispetto dovuto a chi ne ha subito le conseguenze. Comprendere non significa giustificare. Interrogarsi sulle responsabilità della comunità non significa cancellare quelle di chi ha scelto di compiere quel gesto. Una società matura è quella che sa tenere insieme entrambe le verità: la tutela delle vittime e il dovere di chiedersi perché alcuni bambini imbocchino strade tanto pericolose così presto.
La legalità non nasce nelle aule dei tribunali.
Nasce nelle case.
Nasce nelle scuole.
Nasce nelle piazze vive, nelle associazioni sportive, nelle biblioteche, nei luoghi dove un bambino impara che il rispetto vale più della prepotenza e che il futuro vale più di un momento di trasgressione.
Quando questi presidi si indeboliscono, il vuoto non resta mai vuoto.
Qualcuno lo riempie.
Spesso la strada.
Spesso i cattivi esempi.
Spesso quella falsa cultura dell’astuzia che trasforma il rispetto delle regole in ingenuità e la trasgressione in motivo di vanto.
La vicenda di Trani non riguarda soltanto tre bambini.
Riguarda tutti noi.
Riguarda una società che si commuove davanti ai grandi drammi ma che troppo spesso non vede le piccole emergenze quotidiane da cui quei drammi prendono forma.Il vero allarme non è soltanto l’auto rubata. È anche la paura seminata in una persona innocente. Perché ogni volta che qualcuno viene minacciato o privato della propria sicurezza, si rompe un pezzo del patto di fiducia che tiene insieme una comunità. E proprio per questo la domanda resta aperta: come siamo arrivati al punto in cui dei bambini, a qualsiasi latitudine, possono diventare protagonisti di gesti capaci di ferire non solo un patrimonio, ma anche la serenità di un altro essere umano? Il vero allarme non è l’auto rubata.
L’auto si recupera.
Si ripara.
Si sostituisce. Molto più difficile è recuperare un’infanzia che si perde troppo presto.
Molto più difficile è restituire fiducia a chi cresce senza punti di riferimento.
Molto più difficile è ricostruire il senso di comunità quando ci si accorge del problema soltanto dopo l’arrivo delle sirene. Per questo la notizia di Trani non dovrebbe essere archiviata come un episodio curioso o incredibile.
Dovrebbe restare aperta come una domanda.
Che adulti stiamo diventando se non riusciamo più a proteggere i nostri bambini nemmeno da sé stessi?
Perché quando a rubare è un bambino, il problema non è soltanto ciò che ha sottratto. È ciò che noi, prima di lui, abbiamo smesso di consegnargli.
SAVINO SARNO
