Arera riunisce il mondo dell’economia

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Il nuovo Collegio direttivo dell’Arera ha avviato un ampio dibattito con tutti i soggetti interessati alle questioni energia, acqua e rifiuti. Il primo incontro si è tenuto a Roma il 10 e 11 settembre scorso. Per conto di Fenimprese Bari e Confimi Industrie Bari Bat e Foggia ha partecipato il nostro Direttore Editoriale Canio Trione. L’incontro è stato molto partecipato e al di la del dilagante burocratese è emerso specie da parte delle PMI un accorato appello ad una riduzione delle tariffe e maggiore indipendenza energetica dalle determinazioni della geopolitica. La situazione è serissima e si va verso il peggio. Più volte il Presidente di Arera Nicola dell’Acqua ha chiesto e ricordato agli intervenuti di inoltrare una memoria il più possibile esaustiva delle rispettive suggestioni entro il 15 di settembre. Qui di seguito alleghiamo in anteprima quella di Fenimprese Bari e Confimi Industrie redatta dal nostro direttore editoriale Canio Trione.

DOCUMENTO FINALE ARERA


L’autosufficienza La politica dei prezzi energetici italiana viene fatta da altri che non da noi. I noti eventi geopolitici recentissimi e meno recenti contribuiscono a determinare l’andamento delle quotazioni energetiche; la nostra dipendenza da fonti di approvvigionamento internazionali ci impone quelle quotazioni mettendoci in una condizione di grande pericolosità. L’economia classica insegna che ogni aumento di prezzo stimola aumenti di produzione ma è evidente che tale regola economica e tale interesse nei fatti non viene rispettata originando ogni più buia congettura. Chi e perché influenza il mercato energetico globale??? A noi serve pensare al recupero anche se graduale della nostra autonomia e sovranità energetica.   Gli effetti di tale dipendenza verso l’estero mortificano direttamente la nostra economia e impongono alle imprese italiane costi imprevedibili e danni economici spesso mortali per le imprese. La maggiore autonomia energetica e la maggiore disponibilità ed economicità dell’energia non è interesse delle imprese singole o associate, molte o poche, ma è interesse vitale nazionale.   Una delle considerazioni che discenderebbe istintivamente dalla drammaticità della situazione sarebbe quella di revocare temporaneamente le concessioni petrolifere italiane per utilizzare tale petrolio per rifornire a prezzi calmierati almeno le categorie produttive più deboli come i contadini, i pescatori, gli autotrasportatori,…le stesse società concessionarie potrebbero sentirsi in dovere di rinunciare a tale loro concessione vista la situazione. Senza questa revoca non ha senso immaginare altre ricerche di petrolio e gas anche in mare. Lo sfruttamento di queste risorse non può andare a favore di società private e neanche pubbliche; serve seguire il modello norvegese destinando a calmierare i prezzi interni alla pompa una porzione importante del petrolio e gas estratti.     La dualità Ogni considerazione di natura economica in Italia non può prescindere dalla dualità della sua economia. Dualità ulteriormente aggravata dalla apertura delle frontiere, dallo spopolamento e dalla denatalità. La competitività di ogni impresa non prescinde e non può prescindere dalle condizioni di contesto come la carenza dei servizi pubblici o il costo del sistema del credito o il costo dell’acqua, dell’energia, della raccolta dei rifiuti, della previdenza, della sicurezza sul lavoro,…. sono tutte -assieme ad altre- concause significative della differente competitività delle aree e delle imprese e sono tutte da ascrivere alla responsabilità della pubblica Autorità. Si impone senza tentennamenti una politica che tenda immediatamente all’autosufficienza energetica nazionale sia elettrica, sia dei combustibili per autotrazione e gas per ottenere da subito un significativo calmieramento dell’andamento dei prezzi praticati al consumatore sia esso famiglia, sia piccola impresa. Anche la grande impresa e lo Stato beneficeranno di tale politica direttamente ed indirettamente, dato che sanno bene come beneficiare della maggiore indipendenza energetica. Naturalmente questo sforzo non deve prescindere dalla questione ambientale; questione ambientale che grazie agli sforzi recenti della tecnologia fornisce risposte particolarmente efficaci che nel precedente secolo erano solo auspicate. In campo energetico la dualità della nostra economia è, se possibile, ulteriormente accentuata riguardo quanto accade nel resto d’Italia. Il Sud produce e può produrre più energia -specie verde e idrogeno- di quella che consuma (cioè il Sud è vicino all’autosufficienza) e quindi l’incontro tra domanda e offerta nel Sud avverrebbe ad un prezzo più basso di quello che accade nel Nord; quindi considerare l’Italia un mercato unico con un prezzo unico non ha senso, si puniscono i produttori e si falsa il libero incontro tra domanda ed offerta in ogni area e quindi è penalizzante per il Sud (che, ribadiamo,  è vicino all’autosufficienza) e per le sue imprese, per le sue famiglie che si trovano a pagare per altri. Inoltre i costi di trasporto dell’energia sono certamente più modesti per il Sud e segnatamente per le aree interne che non a livello nazionale. Inoltre ancora il sacrificio ambientale e paesaggistico subito dalle popolazioni di intere regioni (anche con significativi ritardi nello sviluppo del turismo) deve trovare parziale ristoro in una bolletta più leggera per famiglie e imprese locali. Tutto ciò significa che servono prezzi differenti tra nord e sud e tra pmi e grandi imprese per le quali ultime è bene che rimangano valide le regole attuali. Questa “filosofia” permetterebbe anche di contrastare lo spopolamento delle parti più svantaggiate del paese perché divengano “vitali” e non un costo per il resto del Paese. Va inoltre regolato il “fine vita” degli impianti solari ed eolici che non è concepibile non abbiano termine. Va imposto un termine invalicabile oltre il quale la proprietà del terreno e dell’impianto ivi edificato tornino nella piena disponibilità del proprietario che quindi potrà venderlo, locarlo o utilizzarlo direttamente. La differenza di forza contrattuale tra le due parti (proprietario del terreno e società energetica) va attenzionata dall’Autorità regolatrice al fine di non lasciare alla mercè dei potentati economici e finanziari financo la certezza del diritto di proprietà. Peraltro è interesse precipuo di ogni Stato sovrano che il settore energetico rimanga plurale il più possibile anche grazie alla nascita e crescita di mini operatori dalla enorme potenzialità inespressa.  È quindi necessario come provvedimento immediato -anche se parziale- rivedere il calcolo del prezzo dell’energia elettrica in maniera che per le famiglie e le PMI meridionali: a) i costi di trasporto vengano ridotti a livello simbolico, b) il prezzo dell’energia venga calcolato in modo indipendente dalle quotazioni dei carburanti fossili visto che siamo vicini alla indipendenza energetica, c) si tenga conto del sacrificio ambientale e paesaggistico con uno specifico abbuono.       L’elettricità bene di primissima necessità L’elettricità è bene di primissima necessità per il consumatore e per l’impresa e quindi la sua produzione deve tendere al profitto zero in regime di libera concorrenza. Se questo non accade c’è qualcosa che non funziona nella concorrenza o in altro. Tutto ciò premesso per ottenere il congiunto aumento dell’energia disponibile e maggiore sua economicità per il fruitore, serve partire dalla ottimizzazione delle produzioni esistenti.   a)       Nel caso della energia verde è fondamentale che si ponga attenzione a quella non prodotta per mal funzionamento degli impianti o loro mancato collegamento alla rete o dissipata per eccesso di produzione rispetto alla richiesta in quel momento. Si tratta di quantità molto importanti di energia. Il controllo del malfunzionamento e mancato collegamento degli impianti solari ed eolici va affidato alle associazioni di consumatori sotto la supervisione dei sindaci; ovviamente va accordato al proprietario dell’impianto un termine massimo di quindici giorni per il ripristino della funzionalità e la sua ottimizzazione dopo di che in assenza del rispristino l’impianto va attribuito alla disponibilità del comune che potrà venderlo dando prelazione al proprietario del fondo su cui insiste. Ogni nuovo impianto va autorizzato e finanziato solo dopo aver ottimizzato gli esistenti e in ogni caso deve sottostare alle regole più sopra esposte per garantire la effettiva utilizzazione dell’impianto stesso. Risorse pubbliche e paesaggio che vengono sacrificati per non avere l’energia che si promette, è un vero scempio e non deve più accadere.  b)      il recupero degli eccessi di produzione di energia verde rispetto al consumo va immediatamente effettuato con una forma di collaborazione tra Arera o chi per essa e imprese specializzate nella produzione di idrogeno verde per elettrolisi e che si occupino solo di questo. Omettiamo di addentrarci nella opportunità offerta da questo approccio ma sottolineiamo il fatto che da questa fonte possono recuperarsi importantissime quantità di energia a costi molto modesti in quanto è energia realizzata concretamente ma non assorbita dalla rete. Idrogeno che può essere utilizzato per riprodurre elettricità ma anche per andare a sostituire carburanti fossili in moltissimi casi. c)       Non è secondaria la questione dei biocarburanti. Le eccedenze agricole (e solo quelle) vanno trasformate in biocarburanti che sono prodotti profondamente diversi da quelli fossili. Infatti biodiesel e bioetanolo non hanno alcuna forma di controindicazione in fatto di inquinamento e permettono di “ripulire” il mercato food da prodotti scadenti ed invendibili e garantire al settore agroalimentare un paracadute in casi di eccessi di produzione. Sempre a condizione che NON si dedichino aree in Africa o in Asia a queste produzioni sottraendole all’uso locale lasciando invendute le nostre eccedenze. Quindi la fiscalità cui vanno sottoposti i biocarburanti è una fiscalità zero (clausola che non ha costi per l’erario in quanto si tratta di prodotti nuovi) che può portare ad una significativa riduzione del costo finale del carburante con cui vanno mescolati. È importante dedicare per questa trasformazione di alimenti in biocarburanti, energia a costo zero cioè realizzata in eccesso all’assorbimento della rete e in ore in cui l’offerta è in eccesso alla domanda o con altre metodologie di accumulo. d)      Esiste una importante quantità di biomasse ottenute dai cascami delle lavorazioni agricole che oggi vengono dissipate e che andrebbero acquisite dal sistema energetico nazionale per essere trasformate in energia elettrica. In Trentino da decenni sono operativi presso i meleti e le segherie locali generatori tecnologicamente perfetti che trasformano rifiuti lignei in energia. Stessa tecnologia potrebbe essere impiegata in ogni dove e il fatto che questo non sia ancora accaduto fa pensare alla potenza delle lobby delle discariche locali. Questo settore è fondamentale per: 1) dare una sistemazione al settore dei rifiuti agricoli; 2) fornire un reddito per quanto modesto ma aggiuntivo agli agricoltori; 3) utilizzare biomasse prive di valore ma immense; 4) produrre energia in modo diffuso sul territorio. e)      Le produzioni di energia con scambio sul posto non vanno gestite in base al contatore ma in base al codice fiscale dell’utente in modo da fornire energia a tutti i contatori che risalgono a quello specifico utente naturalmente con calcolo da effettuarsi su base mensile e non giornaliero. Il beneficio di tale modifica tariffaria è ovvio ed è di equità ed economicità perché rende possibile concentrare in un unico posto la produzione e la immissione in rete dell’energia poi utilizzata in varie parti d’Italia incentivando e premiando nuovi impianti o ampliamento degli esistenti a legislazione costante senza appesantire il bilancio pubblico o la bolletta.   Vogliamo sottolineare con forza che il caro energia rende i prodotti finali specie dell’agroindustria più cari restringendo la competitività nazionale ed internazionale dei nostri prodotti finiti e quindi riducendo la quantità venduta comportando così drastiche riduzioni degli acquisti di materia prima dagli agricoltori con conseguente creazione di immenso invenduto, crollo dei prezzi e/o conseguente abbandono dei campi. Che è quanto sta accadendo effettivamente! La differenza tra quanto pagato all’agricoltore e quanto richiesto al consumatore per lo stesso alimento ha dello scandaloso e il livello del costo dell’energia ha un ruolo determinante in questo scandalo. Quindi la responsabilità della politica tariffaria energetica è enorme per la sostenibilità dell’intera filiera del food italiano e quindi del Patrimonio Immateriale dell’Umanità riconosciuto dall’Unesco di cui siamo creatori ma anche custodi.   L’acqua Ancor peggio è da dire delle tariffe dell’acqua che generano spesso profitti abnormi e consentono ai gestori degli acquedotti spese anche ampiamente comprimibili o superflue. Tutto ciò indica che le tariffe specie per famiglie ed imprese possono essere grandemente ridotte e comunque non si vede per quale ragione la proprietà degli acquedotti non debba essere riconosciuta agli utenti in ragione dei rispettivi consumi medi in modo che perdite o profitti vadano a detrimento o a vantaggio degli utenti stessi e non dell’ente pubblico erroneamente ed immeritatamente proprietario delle azioni dell’acquedotto. In ogni caso gli eventuali sprechi vanno cercati e ridotti con una attenta presenza istituzionale delle associazioni dei consumatori e delle imprese nella gestione degli stessi acquedotti. Infatti nei bilanci appaiono voci di difficile comprensione. Nella voce “investimenti” (che nel caso dell’acquedotto pugliese è più di mezzo miliardo) ci sono spese di manutenzione ordinarie e anche straordinarie? Le prime sono certamente pertinenza dell’utente ma le seconde sono invece da ascrivere alla fiscalità generale. Non è pensabile che nuove condotte o nuovi invasi o altro vengano finanziati con il provento delle bollette. Una attenta analisi dei bilanci può portare alla scoperta di reiterati comportamenti non aderenti alla speciale categoria di impresa costituita dagli acquedotti. Discorso a parte merita il trattamento delle acque reflue. Il suo costo stratosferico è un indice inequivocabile di inefficienza e, anche qui, serve una severa supervisione dei rappresentanti delle famiglie ed imprese.     I rifiuti La raccolta dei rifiuti non verrà mai ottimizzata se non viene chiaramente abolito il regime di monopolio nel quale viene gestita. La raccolta va aperta ai privati e ad imprese cooperative di piccole dimensioni tra le quali possa formarsi sana concorrenza nel miglioramento del servizio e sua sempre maggiore economicità. La raccolta differenziata come anche la pulizia delle strade gestita da imprese grandi porta alla meccanizzazione e alla esclusione di addetti non specializzati con ave nocumento della qualità del servizio reso. Al contrario questo è un settore ove possono trovare collocazione coloro che sono stati espulsi temporaneamente o definitivamente dal sistema produttivo che diversamente non saprebbero che fare. Ovviamente sono lavori che vanno considerati di tipo volontario anche sotto il profilo fiscale e previdenziale. Il fatto che gli attuali gestori difendano l’attuale monopolio desta molte domande prive di risposta. Menzione specifica va fatta per i rifiuti radioattivi che stanno terrorizzando le popolazioni lucane e, ci dicono, anche pugliesi. Come mai sono lì? Come mai non sono stati trattati come si sarebbe dovuto? Qualcuno -complottista- motiva tale situazione con il progetto di insediare lì una nuova centrale nucleare: si sgombrano i pochi abitanti ancora residenti e si giustifica la presenza del nuovo insediamento con la necessità di bonificare il sito. Naturalmente non possiamo crederci ma a tutt’ora la situazione non si risolve né esiste una proposta concreta di individuazione dei responsabili e di risoluzione tecnica del problema. Al contrario questa cattiva gestione dei rifiuti nucleari getta un’ombra sinistra sulla efficienza delle organizzazioni preposte e sull’intera opzione nucleare. Opzione nucleare fuori ormai da ogni credibilità.  Infatti si tratta di tecnologie che da sempre sono state garantite come “sicure” da scienziati e competenti laddove non si può essere sicuri di comportamenti di futuri addetti e funzionari. Inoltre si tratta di tecnologie che erogano energia in continuità e non a seconda della domanda originando il fenomeno della superproduzione per la maggior parte della giornata con relativi sprechi antieconomici, ancor peggio è da dire del combustibile fissile necessario che non è di provenienza domestica e dal prezzo incerto. Quindi anche la economicità dell’energia prodotta è, nei fatti, molto più incerta di come gli “studi” farebbero credere e, tanto meno è certo che tale economicità si trasferirebbe sul prezzo finale dell’energia. E tanto meno ancora tutto questo può chiamarsi “autosufficienza”. Inoltre ancora l’incidenza degli investimenti necessari sono rilevanti e sarebbero finanziati in debito con garanzia statale già ampiamente utilizzata per il faraonico debito palese ed occulto che già ci preoccupa. Investimento che avrebbe un impatto serissimo e definitivo sull’ambiente in cui viene realizzato e sulle altre attività economiche locali. In breve si tratta di una ulteriore forma di rigidità e di accentramento la cui efficienza ed efficacia dipende dalla virtù di pochi. Si ricorre al nucleare se si è fallito in ogni sforzo di efficientamento del sistema che già c’è. Molto diverso sarebbe invece immaginare la realizzazione di impianti solari, eolici, biomasse e riforestazione di importanti spazi desertici in vicini paesi amici nell’ambito di un Piano di rilancio di territori ancora privi di strutture economiche che diano futuro e benessere alle popolazioni locali. Impianti che darebbero anche alle industrie produttrici di tali tecnologie una valvola di sfogo non da poco e all’Europa Unita una possibilità di mostrarsi vicina alla realtà economica e sociale anche di spazi lasciati alla deriva dai noti fenomeni geopolitici recenti. Non è questo il luogo di dettagliare un intervento del genere di cui abbiamo una ipotesi di lavoro operativa ma certamente il futuro nostro e dell’intero spazio mediterraneo in cui operiamo dovrà passare dall’allargamento dello sviluppo e non certo solo dal suo approfondimento nelle aree già fortunate partendo dall’energia. Stiamo parlando di produzioni molte volte superiori a quelle possibili da una o più centrali nucleari con ricadute molto positive sulla occupazione locale e sul resto della economia coinvolta. Pari considerazione altamente positiva va fatta per impianti marini galleggianti solari, eolici e idrogeno di cui abbiamo anche studiato un progetto di massima che però collide apertamente con il clima bellico ormai dominante nel Mediterraneo. La necessaria autosufficienza energetica -non più utopia grazie alle tecnologie verdi, alle biomasse fornite dall’agricoltura e al petrolio domestico- si impone proprio alla luce delle incertezze geopolitiche e diviene per ogni governo un obbligo verso l’economia e verso i cittadini.        Queste considerazioni volutamente sommarie e sintetiche sono le più urgenti da introdurre immediatamente per salvare il salvabile dell’economia meridionale ed italiana senza costi rilevanti per nessuno; naturalmente il come vengono realizzate può essere vitale per l’ottenimento dei risultati attesi. Naturalmente confidiamo nella accoglienza di quanto proposto come grido di allarme e di dolore di centinaia di migliaia di famiglie ed imprese in grande difficoltà che si sono rivolte a noi.

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