Entrare in Piazza Catuma significa percepire il respiro di una comunità che cammina, si incontra, cresce. L’arte, quando è autentica, sa come toccare le corde più profonde della mente, sa offrire una prospettiva nuova, proprio come un sussurro che sa farsi ascoltare nel silenzio. Nessuno qui cerca aiuole asettiche o rifugi di finta perfezione.
Ma c’è una differenza fondamentale tra il risvegliare una coscienza e l’invadere uno spazio intimo senza permesso.
Immaginate, se volete, di voler guidare i nostri giovani verso il valore della cura, dell’affettività, della profonda bellezza dell’intimità e delle relazioni umane. E supponete che, anziché creare uno spazio protetto, un ascolto saggio, un dialogo che custodisce e orienta, qualcuno decidesse di spiattellare una rappresentazione cruda ed esplicita dell’intimità più esposta direttamente nel bel mezzo del transito quotidiano, con i bambini che passano e guardano con gli occhi sgranati. E di fronte allo sconcerto generale, la risposta fosse: “Ma perché vi scandalizzate? Tanto sui telefoni vedono di tutto, questa è educazione affettiva!”.
Suona innaturale, vero? Perché sappiamo bene che la mente umana, e in particolare quella dei più giovani, non impara attraverso l’esposizione al trauma o allo stupro visivo della quiete pubblica. L’affettività, l’educazione al corpo e alle relazioni hanno bisogno di ben altro: richiedono un setting protetto, un perimetro di fiducia, una guida saggia che tenga per mano l’emozione, permettendole di integrarsi anziché frantumarsi.
E quando si solleva il velo di questa approssimazione, capita di sentire la comoda obiezione: “Ma chi siete voi per giudicare l’arte?”.
È qui che la prospettiva si rovescia con la precisione di un incantesimo linguistico. La domanda non va rivolta a chi osserva con lucidità, ma va restituita a chi governa: chi sei tu, amministratore della polis, per forzare i confini mentali di una comunità intera, calando dall’alto uno shock decontestualizzato nel salotto buono della città? I cittadini non stanno criticando l’espressione artistica; stanno semplicemente proteggendo il diritto a non subire invasioni di campo non richieste.
C’è poi una realtà silenziosa che non possiamo ignorare: il divario culturale. Pretendere che ogni famiglia — con le proprie fatiche, le proprie differenze e i propri vuoti — si improvvisi terapeuta o educatrice sul marciapiede, dovendo decodificare un’immagine violenta o esplicita sbattuta lì per fare notizia, è un atto di cinismo politico. Chi amministra ha il dovere di facilitare la coesione, non di appesantire la vita delle persone scaricando sui singoli un onere insostenibile.
Andria non ha bisogno di un luna park della provocazione che confonda l’audacia con l’incuria. Chi guida una comunità ha il compito sublime di offrire stabilità, coerenza e una visione che orienti verso il buono.
Perché la vera leadership non urla per farsi notare, sa dove condurre lo sguardo. E quando la guida si perde nello spettacolo, in piazza non resta alcuna crescita. Resta solo il silenzio di un’occasione mancata. E noi, a quell’altezza, meritiamo di stare molto più in alto.
Dott.ssa Liliana Sergio
Psicologa ad approccio strategico integrato
foto: wikipedia
