BISCEGLIE – Una storia che parte dalla fragilità di un ragazzo e si trasforma in un viaggio tra dolore, immaginazione, diversità e ricerca della propria identità. È stato questo il filo conduttore della presentazione di “Piccoli fratelli”, il romanzo di Giovanni Simoneschi, ospitata lo scorso sabato 29 agosto in Piazza Duomo a Bisceglie nell’ambito della rassegna “Libri nel Borgo Antico”.
Davanti al pubblico della manifestazione, l’autore ha dialogato con il giornalista e moderatore della serata, approfondendo le tematiche centrali di un’opera che va oltre il semplice racconto per interrogarsi sul rapporto tra individuo, società e capacità di essere pienamente se stessi.
“Piccoli fratelli”, pubblicato da Palombi Editori in collaborazione con Libreria Eli, ha come protagonista Emanuele, un ragazzino che vive sulla propria pelle il peso del bullismo e dell’emarginazione. A scuola viene deriso e umiliato e finisce per costruirsi un luogo interiore che chiama “il buco”, una sorta di rifugio nel quale nascondersi dal mondo, ma che allo stesso tempo diventa una prigione.
È proprio da questa condizione di vulnerabilità che prende forma il viaggio narrativo costruito da Simoneschi. Accanto a Emanuele compaiono alcuni animali – il cane, l’istrice, la lepre e la volpe – che diventano compagni di un percorso nel quale il protagonista impara progressivamente a riconoscere il proprio valore e quello della diversità.
Durante l’incontro è stato approfondito il significato della “ghianda di luce”, elemento centrale del romanzo: una luce interiore che ogni persona porta dentro di sé e che necessita di essere riconosciuta e coltivata. Un’immagine che richiama il pensiero dello psicologo e filosofo James Hillman e che nel libro diventa una chiave per riflettere sulla necessità di non sacrificare la propria identità pur di adattarsi alle aspettative degli altri.
Particolarmente significativo anche il tema dell’immaginazione. Nel percorso di Emanuele, infatti, ciò che potrebbe apparire come una fuga dalla realtà diventa invece uno strumento per comprenderla e affrontarla. La fiaba, il sogno e il mito assumono così una funzione concreta: aiutare il protagonista a trovare la forza che nella realtà, almeno inizialmente, non riesce a trovare.
Una prospettiva strettamente legata alla formazione dell’autore. Giovanni Simoneschi è dottore di ricerca in Qualità della Formazione e ha maturato una lunga esperienza nel campo dell’educazione, dell’inclusione scolastica e della disabilità. Nel corso della sua attività professionale ha ricoperto incarichi dirigenziali e collaborato con il Ministero dell’Istruzione su temi legati all’inclusione e ai processi educativi.
Il suo percorso professionale emerge anche nella costruzione di una storia che, pur utilizzando il linguaggio della fiaba, pone interrogativi molto concreti: cosa accade quando una persona viene continuamente invitata a sentirsi “sbagliata”? Quanto può essere pericoloso confondere l’inclusione con l’omologazione? E quale ruolo possono avere la scuola, la famiglia e gli adulti nel permettere a un giovane di riconoscere la propria identità?
Il romanzo non offre risposte semplici, ma costruisce attraverso immagini e simboli un percorso sulla possibilità di uscire dal proprio “buco” e tornare a mostrarsi al mondo. Una riflessione sulla fragilità che, nella narrazione di Simoneschi, non coincide con la debolezza, ma può diventare il punto di partenza per una nuova consapevolezza di sé.
