Oggi si sa e si legge sui giornali, che sono tutti a panza all’aria o nei ristoranti a cercare refrigerio e benessere.
Ma non tutti. Se andate -come hanno fatto i nostri redattori il giorno 13 agosto- dalle dieci e trenta alle undici e trenta da Candela a Napoli vi accorgerete che almeno un autotreno su due porta pomodori. E ognuno ne porta molte decine di quintali. Un fenomeno da guinness dei primati. I mitici pomodori di Foggia che danno lavoro a migliaia di persone non solo in Puglia ma in tutto il mondo: dalle industrie salernitane ai ristoranti thailandesi o americani di cucina italiana che li usano trasformati in sughi capaci da far sognare gli avventori di tutto il mondo.
Naturalmente per essere quei pomodori già in viaggio sugli autotreni alle dieci di mattina vuol dire che molte persone si sono recate al lavoro prima dell’alba e che adesso quei pomodori saranno affidati ad altre persone dedite alla trasformazione.
Mi chiedeva un nostro collaboratore particolarmente perspicace e molto giovane: “se esportiamo questo enorme tesoro come mai i contadini di Foggia non sono ancora ricchi?” infatti in genere gli esportatori sono ricchi ed invece per i foggiani non accade; come mai?
Semplicemente perché quei pomodori non vengono pagati! Ho dovuto rispondere che meno di venti centesimi al chilo è una elemosina non un prezzo e nessuno si fa portatore degli interessi dei meridionali. Non solo, vengono pure perseguitati perché pagano poco gli operai laddove riteniamo che non si possano pagare affatto visti questi prezzi. Quindi il vero schiavizzato è il proprietario della piantagione che per non chiudere l’azienda deve partecipare anche lui alla raccolta o la deve meccanizzare comunque sempre sull’orlo del fallimento.
Naturalmente è sempre pronta la exit strategy: qualora i foggiani si stancassero di lavorare la terra in perdita la legge consente di comperarli in Africa, in Asia o in America magari da multinazionali italiane che trasferiscono lì il know how magari mutuato da Università italiane e i contadini di Foggia sono bell’e serviti. Quindi si coltivano pomodori solo per mantenere il nostro prodotto competitivo sui mercati internazionali.
Ma le voci di costo del pomodoro trasformato sono tante e tutte partecipano alla sua competitività come l’energia, lo stato, il trasporto, se una voce di costo fosse più bassa si aprirebbero disponibilità significative per raddoppiare se non triplicare il prezzo praticato al produttore; e invece l’unica voce di costo da comprimere è quella del fornitore della materia prima che è quella che fa vendere il prodotto finito. Per esempio il prezzo dell’energia che viene pagato da un trasformatore di pomodori è molto simile a quello pagato da una società di trading finanziario milanese anche se l’energia è prodotta a Foggia e quindi trasferita a Milano. Per quale ragioni i due prezzi sono uguali se le spese di trasporto sono differenti? se il sacrificio paesaggistico è di Foggia e non di Milano? Se il vento è di Foggia e non di Milano? Se fai lo stesso prezzo a due realtà differenti avrai due effetti differenti che nel nostro esempio è che alcuni si devono alzare presto mentre altri no! Alcuni sono sfruttati e altri -inconsapevolmente o no- sono indirettamente sfruttatori. Peraltro l’Autorità deputata alla questione prezzi ha nella sua missione quella di tenere conto delle diversità tra le due economia italiane.
Il neocolonialismo è “neo” perché non è più visibile, dichiarato, palese, diretto, ma è realizzato con la unitarietà di leggi e prezzi che uccidono certuni e arricchiscono certi altri; e quando si unisce un Continente dentro una Istituzione sola si accentua questo fenomeno….sapendo di fare un’opera di colonialismo.
CANIO TRIONE
