Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, nell’esprimere profondo cordoglio per la morte del diciottenne Cosimo Quagliarella, avvenuta a Trani in seguito a un drammatico episodio di violenza che ha coinvolto alcuni giovanissimi, invita a non lasciare che quanto accaduto venga rapidamente assorbito dalla cronaca nera e poi dimenticato. Di fronte a una vita appena iniziata che si interrompe e a un minorenne coinvolto in un’indagine per un fatto di estrema gravità, le parole devono conservare misura e responsabilità. Spetta alla magistratura ricostruire la dinamica, accertare le responsabilità individuali e verificare le circostanze all’origine dello scontro; dichiarazioni, ricostruzioni giornalistiche e possibili moventi devono pertanto essere considerati, allo stato attuale, esclusivamente nell’ambito degli accertamenti in corso.
Al di là del procedimento giudiziario, sul quale non intendiamo formulare valutazioni, la tragedia di Trani pone alla comunità adulta una domanda che non può essere elusa: che cosa accade prima che un conflitto tra adolescenti diventi irreversibile? La violenza, infatti, non comincia necessariamente nell’istante in cui viene compiuto il gesto estremo. Prima esiste spesso una trama meno visibile composta dal bisogno di riconoscimento, dalla paura dell’umiliazione, dalla pressione dei coetanei, dalla difficoltà di accettare un rifiuto e, soprattutto, dall’incapacità di immaginare una via d’uscita dal conflitto che non venga percepita come una sconfitta.
Nell’adolescenza lo sguardo degli altri possiede un peso particolare. Il gruppo è uno dei luoghi nei quali si costruisce l’identità e si misura il proprio riconoscimento sociale. È proprio per questo che una provocazione avvenuta davanti ai coetanei può assumere un significato diverso da quella vissuta individualmente. In alcuni contesti arretrare rischia di essere interpretato come perdere, sottrarsi come avere paura, chiedere aiuto come mostrare debolezza. Un adolescente può avere paura; davanti al gruppo può avere soprattutto paura che gli altri vedano la sua paura. È in questa distanza, sottile ma decisiva, che l’educazione deve riuscire a intervenire.
La società digitale ha inoltre modificato profondamente il modo in cui i giovani costruiscono reputazione e appartenenza. Le relazioni non terminano più quando finisce un incontro: continuano nelle chat, nei social, nelle immagini, nei commenti e negli screenshot. L’umiliazione reale o percepita può avere una platea che sopravvive al momento nel quale è nata. Sarebbe scorretto stabilire qualsiasi rapporto causale tra questa dimensione e il caso specifico di Trani, per il quale non disponiamo di elementi che lo consentano; sarebbe però altrettanto miope ignorare che gli adolescenti contemporanei crescono dentro una condizione di esposizione sociale assai più intensa rispetto alle generazioni precedenti.
Il punto, allora, non è parlare genericamente di una “generazione violenta”, formula che rischia di produrre allarme senza conoscenza. Occorre piuttosto recuperare una categoria educativa che sembra essere diventata fragile: il limite. Il limite non è la negazione della libertà, ma ciò che impedisce alla libertà di trasformarsi in sopraffazione. Significa imparare che si può essere arrabbiati senza colpire, feriti senza vendicarsi, respinti senza considerare l’altro un nemico. Tra ciò che proviamo e ciò che facciamo esiste uno spazio: educare significa rendere quello spazio abbastanza grande perché sia ancora possibile scegliere.
È qui che l’educazione ai Diritti Umani assume un significato che va molto oltre la conoscenza delle Carte e delle ricorrenze civili. La dignità della persona diventa realmente un valore quando siamo capaci di riconoscerla anche in chi ci contraddice, ci provoca o ci ferisce. La dignità dell’altro non termina dove comincia la nostra rabbia. Una scuola che insegna questo principio non svolge soltanto educazione civica: costruisce prevenzione.
Occorre quindi passare dalla pedagogia dell’emergenza alla continuità educativa. Troppo spesso, dopo un episodio grave, discutiamo per alcuni giorni di legalità, disagio giovanile, bullismo, violenza e sicurezza, per poi attendere il caso successivo. La scuola ha invece bisogno di strumenti permanenti per lavorare sulla gestione non violenta dei conflitti, sulla consapevolezza emotiva, sulle relazioni, sulla responsabilità personale e sulla capacità di riconoscere un’escalation prima che diventi incontrollabile. Non per trasformare gli istituti scolastici in luoghi di sorveglianza, ma per renderli ancora di più luoghi di prossimità.
Esiste infatti una sicurezza che interviene dopo e una sicurezza che si costruisce prima. La prima appartiene alle istituzioni chiamate a garantire l’ordine pubblico e ad accertare eventuali responsabilità. La seconda appartiene anche alla comunità educante e nasce quando un adolescente possiede gli strumenti per comprendere che allontanarsi da una lite non significa essere codardo, che chiamare un adulto non significa essere debole e che fermare un amico può essere un atto di coraggio assai più grande che seguirlo nello scontro.
Ma sarebbe troppo semplice consegnare ancora una volta ogni responsabilità alla scuola. Gli adolescenti non crescono fuori dalla società degli adulti. Ne osservano i comportamenti, ne assorbono i linguaggi e ne interiorizzano le contraddizioni. Vivono in un ambiente pubblico nel quale la contrapposizione viene frequentemente premiata più della mediazione, la visibilità può essere confusa con il valore personale e l’aggressività verbale viene talvolta trasformata in intrattenimento. Quando ci domandiamo se i giovani abbiano smarrito il senso del limite, dovremmo quindi avere il coraggio di chiederci quale idea di limite gli adulti stiano mostrando loro.
La vicenda di Trani ci ricorda infine una verità scomoda: il disagio giovanile non è sempre invisibile, ma spesso è frammentato. La famiglia può conoscere una parte, la scuola un’altra, gli amici un’altra ancora. Ciascuno possiede qualche tessera, mentre nessuno riesce a vedere il mosaico. Per questo serve un’alleanza educativa reale tra scuola, famiglia, servizi e territorio, capace di intercettare le situazioni di fragilità senza criminalizzare gli adolescenti e senza attendere che il disagio diventi emergenza.
La magistratura stabilirà ciò che è accaduto a Trani e le responsabilità che ne derivano. Alla comunità adulta resta un compito diverso e non delegabile: domandarsi quanto stiamo investendo nell’insegnare ai giovani l’arte difficilissima di fermarsi.
Una società che sa intervenire soltanto dopo un gesto irreparabile arriva inevitabilmente troppo tardi. La prevenzione autentica comincia molto prima, quando un ragazzo comprende che nessuna offesa, rivalità, sofferenza o umiliazione può cancellare il confine rappresentato dalla vita e dalla dignità dell’altro. Forse la domanda che dovrebbe restare dopo il dolore di Trani non è soltanto come impedire ai giovani di diventare violenti, ma come costruire una società nella quale, nel momento più difficile di un conflitto, un adolescente riesca ancora a vedere un’alternativa alla violenza.
Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU
