Da queste colonne ( https://bariseranews.it/2026/08/08/cia-puglia-oltre-5-milioni-di-ettolitri-di-vino-sono-invenduti-in-cantina/ ) apprendiamo che anche il settore del vino è in cronica sovraproduzione. Alcune associazioni agricole credono di dire cosa intelligente chiedendo che l’uva da tavola non venduta come tale non venga conferita per vinificazione. Aggravando così il problema del settore dell’uva da tavola.
La questione è molto più complessa. L’uva da tavola già non dovrebbe essere vinificata e comunque quando viene avviata alla cantina viene svalutata fino al novanta per cento del suo valore creando un buco enorme nei conti del produttore; andrebbe trovata una soluzione anche a questo caso di sovraproduzione. Ormai non si contano i vigneti estirpati e i terreni inutilizzati in attesa di inventare un prodotto che si venda e non abbia problemi di invenduto. Peraltro non è nuovo questo fenomeno di iperproduzione che in un momento in cui la gente è sempre più povera dovrebbe far pensare: c’è qualcosa di molto grave nell’intero sistema.
In agguato vi sono i signori dell’energia solare ed eolica che attendono di mettere le mani su quei terreni a pochi soldi per convertirli al solare cioè per sterilizzarli per sempre. Istintivamente capiamo che nessuno dovrebbe plaudire a soluzioni del genere. Desertificazione, disoccupazione, spreco di energia, dipendenza dall’estero per il cibo sono i frutti di tale politica.
Come se tutto questo non bastasse si vocifera da più parti della ipotesi di consentire ai comuni di requisire i terreni abbandonati. Non solo lavorare la terra non è remunerativo perché tutti vogliono appropriarsi del suo frutto senza pagare molto i suoi prodotti ma se non la coltivi te la tolgono… per abbandonarla comunque come i comuni già fanno con la loro. Forse per poi affidarla nelle mani dei venditori di fotovoltaico?
Siamo allo sbando.
Il dito accusatore va indirizzato prima di tutto sui distributori-commercianti. Essi comperano a prezzi bassissimi per poi aggiungere al costo della acquisizione dal produttore i costi di gestione dei punti vendita -che per la GDO sono faraonici- e i profitti che si espandono in base agli appetiti del distributore. Mentre le piccole imprese commerciali non hanno grandi costi e i profitti non si possono allargare come si vorrebbe, nel caso della GDO loro credono di poter imporre i prezzi che vogliono al consumatore per coprire i costi e realizzare i massimi profitti; ovviamente le quantità vendute scendono all’aumentare dei prezzi di vendita; riduzione delle quantità venduta che si ripercuote direttamente sul contadino che rimane con parte del raccolto invenduto. Inoltre le regole imposte dai buyer (pezzatura, colore, ecc. ecc.) creano invenduto nelle seconde scelte e permettono di portare allo scaffale un prodotto bello ma scadente con conseguente calo delle vendite. Complessivamente la GDO crea un disastro che aggrava la condizione del produttore e sembra che le si voglia aggravare per il proprio tornaconto; tutto semplicemente facendo il proprio dovere di ridurre i costi e massimizzare i profitti cosa che non può essere considerata una cosa da vietare. Quindi per chiudere la riflessione non possiamo non dire che la GDO non doveva nascere; correggerne il funzionamento adesso è impossibile.
Lo stato interviene con “aiuti” alla espansione delle produzioni ponendo così le basi ad ulteriori crisi di sovraproduzione. Inoltre ancora esistono istituzioni nazionali ed internazionali che insegnano al resto del Mediterraneo come espandere le LORO produzioni in diretta concorrenza con le nostre. Cioè lo stato nella idea di dare un aiuto crea problemi irresolubili all’intero comparto.
Oppure crea le condizioni per favorire la GDO? Che così potrà approvvigionarsi a prezzi in discesa?
Quindi il convergente comportamento di stato e grande impresa crea l’invenduto. Ormai non esiste un settore dell’agricoltura non afflitto da problemi irresolubili.
Tutti (distribuzione, trasformazione, consumatori, turismo, esportatori) hanno interesse ad avere prodotti alimentari buoni, puliti, copiosi e a buon mercato! cioè sono tutti uniti contro l’agricoltore! non possiamo però attenderci di averli a danno dei contadini e schiavizzando i proprietari delle piantagioni destinatari di infiniti doveri certi, ma privi di diritti e certezze…neanche quelle di vendere il prodotto!
Da queste colonne abbiamo suggerito alla nostra Presidente del Consiglio di ideare ed organizzare un tour di incontri con le nostre comunità all’estero (magari per presentare le nostre iniziative UNESCO) nelle quali portare ed offrire agli intervenuti i nostri cibi lì dove vi sono italiani che certamente gradirebbero tale attenzione e promuoverebbero ancora meglio le nostre produzioni.
Abbiamo anche suggerito nell’ambito della cooperazione internazionale di portare i nostri cibi immediatamente fruibili nei luoghi più sensibili (carceri, ospedali, scuole) per diffondere la conoscenza del cibo italiano tra chi forse non lo ha mai potuto provare ma anche per maggiormente radicare il consumo dei nostri alimenti nei Paesi poveri che sono tagliati fuori dalla fruizione massiccia dei nostri cibi. Pochi milioni di euro basterebbero ad assorbire rilevanti fette di invenduto; basti infatti pensare che con cinquanta centesimi in media si acquista dal produttore un chilo di ogni tipo di frutta.
Circa il vino invenduto è evidente che va avviato ad altri usi che non quello alimentare; ovviamente si parla di quella parte di prodotto che è meno qualificato e quindi più economico che andrebbe avviato alla distillazione per scopi energetici e per divenire carburante altamente biologico. Per questa operazione altamente energivora vanno impiegate le eccedenze produttive dell’energia elettrica sia solare che eolica che fossile che sono enormi e che non hanno valore. Stessa cosa va detta per gli olii di bassa qualità anche di provenienza estera. Il mercato va ripulito delle partite meno qualificate che vanno avviate alla trasformazione in carburante.
Ma tutto ciò non basterà perché il nodo vero è l’opera disturbatrice del mercato svolto inconsapevolmente dalla GDO come detto sopra.
Inoltre ancora va ricordato che l’agricoltura svolge tre ruoli fondamentali e li svolge gratis: primo assorbe milioni di addetti che diversamente non saprebbero che fare e quindi un ruolo sociale elevatissimo; secondo producono gratis ossigeno per i nostri polmoni e fresco per bilanciare il riscaldamento; terzo producono biomasse che potrebbero risolvere il problema energetico. Per questi ruoli i contadini non sono remunerati e vanno remunerati anche solo per non abbandonare le proprietà al loro destino.
È la GDO che beneficia in primis di prezzi modesti nell’approvvigionamento della materia prima che deve essere chiamata a erogare un contributo mensile fisso da corrispondere a tutti i proprietari di piante produttive per garantirsi la esistenza delle piantagioni al di la dei capricci del mercato. “adottare” uliveti e piantagioni varie deve essere un fiore all’occhiello per ogni grande distributore; e se questi non lo fanno spontaneamente andrebbero “indotti” a farlo con le buone o con le imposizioni legislative; quanto meno per compensare l’immenso danno ambientale prodotto dal loro movimentare le merci qua e la per il globo.
Un vigneto, un oliveto, un mandorleto sono una ricchezza per tutti e i grandi mercanti di cibi sono i maggiori beneficiari della commercializzazione di quei cibi; sono loro che hanno interesse alla conservazione delle piantagioni e sono loro che devono essere indotte a sostenerne la esistenza specie nei periodi di bassi prezzi dovuti alle eccedenze di produzione e anche qualora dovessero approvvigionarsi altrove.
Lo stato deve capire che esiste una esigenza di mercato ma anche un interesse collettivo alla conservazione e implementazione del verde. Il mercato va allargato a consumi non alimentari e cioè energetici (almeno) mentre curare l’ambiente non può essere svolto GRATUITAMENTE dai contadini…
In sintesi serve una rivoluzione culturale per abbandonare l’idea dell’agricoltura-Cenerentola del sistema per accorgerci che l’agricoltura è centrale nel futuro di tutti mentre sono ampiamente visibili fenomeni epocali quali la deindustrializzazione e il crepuscolo dell’economia tecnologica. Prima della “caduta degli Dei” della new economy conviene aprire un buon paracadute per la parte sana ed eterna dell’economia che è l’agricoltura.
CANIO TRIONE
