‘è una differenza enorme tra la diplomazia e la guerra.
La diplomazia cerca di evitare la guerra.
La guerra, invece, comincia proprio quando la diplomazia smette di parlare.
È una differenza che sembra essere stata dimenticata dalle cancellerie occidentali.
Mentre associazioni culturali, organizzazioni non governative, esponenti religiosi e uomini di buona volontà continuano faticosamente a cercare di mantenere aperti i canali del dialogo tra la Federazione Russa e il resto del mondo, la diplomazia ufficiale del cosiddetto “Occidente” sembra aver scelto una strada completamente diversa: quella dello scontro permanente.
Eppure la storia insegna altro.
Nel dicembre del 1931 Mahatma Gandhi incontrò Benito Mussolini a Palazzo Venezia.
Otto anni dopo, nel luglio del 1939, scrisse una lettera ad Adolf Hitler chiedendogli di evitare la guerra.
Nel dicembre del 1940 gli scrisse nuovamente, implorandolo di porre fine alle atrocità già in corso.
In entrambe le lettere lo chiamò «Caro amico».
Non perché condividesse l’imperialismo nazista o la sua visione razzista della società.
Molto più semplicemente, perché riteneva che perfino il peggiore dei propri avversari dovesse rimanere un interlocutore e perché sapeva bene che offendere o disprezzare il proprio interlocutore non avrebbe certo aiutato a ottenere qualcosa da lui.
Infatti, se la pace nasce dal dialogo, la guerra nasce quando il dialogo viene sostituito dalla demonizzazione dell’altro.
Ed è proprio questa la sensazione che oggi trasmette l’Europa.
Negli ultimi giorni si sono verificati episodi che, se osservati singolarmente, possono sembrare scollegati. Ma, se li si guarda nel loro insieme, raccontano una storia diversa.
Il primo, perché cronologicamente più recente, è il fermo, avvenuto il 2 agosto, nell’ambito dell’applicazione delle sanzioni alla Federazione Russa, da parte di un’unità della Marina Militare italiana della classe Thaon di Revel, di una nave battente bandiera camerunense che trasportava greggio russo destinato a Istanbul.
Un’azione, questa, non nuova da parte della nostra Marina, che già il 20 luglio scorso aveva fermato un’altra nave simile, ma che induce certamente a una domanda più che legittima.
Chi sta pagando realmente il prezzo di questa guerra economica?
La Russia?
Oppure l’Europa e, soprattutto, le imprese e le famiglie italiane?
Il nostro Paese ha rinunciato al proprio principale fornitore energetico, sostituendolo con mercati spesso più costosi e con idrocarburi, a detta di molti consumatori, di qualità inferiore. Lo sanno bene coloro che, pur facendo lo stesso rifornimento di GPL o metano per la propria automobile, si accorgono che il serbatoio, a parità di chilometri percorsi, si svuota prima. Così come lo sanno le nostre massaie, che, accendendo i fornelli, avranno certamente notato un diverso comportamento della fiamma.
Come ha osservato Maurizio Belpietro, se alla crisi dello Stretto di Hormuz — che mette a rischio circa 120 miliardi di metri cubi di gas — si aggiunge il piano europeo di azzerare, entro il 2027, altri 100 miliardi di metri cubi di gas russo, l’Europa rischia di trovarsi davanti a uno squilibrio energetico senza precedenti.
È una valutazione che merita, quantomeno, di essere discussa.
Nel frattempo, però, Mosca ha riorientato il proprio commercio verso l’Asia, il Medio Oriente e l’Africa.
Si continua a ripetere che le sanzioni porteranno al collasso dell’economia russa, illudendo non solo i più ingenui, ma ponendoci, come già detto, non nel campo degli interlocutori, bensì in quello dei nemici. E per cosa?
Ma davvero qualcuno pensa che possa collassare un Paese di circa 145 milioni di abitanti, esteso su undici fusi orari, ricco di petrolio, gas, carbone, uranio, oro, diamanti, legname, acqua dolce, terre rare e immense superfici agricole?
L’autarchia non è un’ideologia.
È una condizione geografica.
L’Italia fascista poteva inseguirla soltanto come slogan, perché non disponeva delle risorse necessarie.
La Russia, invece, possiede praticamente tutto ciò che serve per sopravvivere.
Le sanzioni hanno certamente prodotto effetti. Sì: quello di affamare chi le ha promosse, perché hanno accelerato i processi di sostituzione produttiva e di autosufficienza che forse pochi avevano previsto.
E mentre Mosca imparava a produrre ciò che prima importava, molte imprese italiane perdevano uno dei mercati storicamente più importanti.
Il secondo episodio riguarda l’attentato avvenuto a Mosca all’interno di un ristorante italiano.
L’obiettivo dell’azione era un alto ufficiale russo.
Ma il locale apparteneva a un imprenditore italiano e vi lavoravano cittadini italiani.
Fortunatamente nessuno di loro è rimasto ucciso. Tuttavia, un gesto delittuoso è stato ugualmente compiuto in un luogo dove si trovavano cittadini appartenenti a un Paese che ha fortemente sostenuto l’Ucraina, sia sul piano economico sia su quello militare.
Questa mancanza di considerazione, da parte dei servizi ucraini, avrebbe dovuto essere fortemente biasimata dal ministro Tajani, il quale, invece, non si sa perché, ha incredibilmente redarguito soltanto l’ambasciatore russo presso la Repubblica Italiana per aver dichiarato che l’attentato sarebbe stato compiuto anche con l’intento di intimidire gli italiani che operano in Russia.
Nonostante questo grave attentato, a oggi non si hanno notizie di procure della Repubblica che abbiano aperto un qualsiasi fascicolo su questa vicenda, mentre, giustamente, sul caso Regeni fascicoli d’inchiesta sono stati aperti e indagini sono state svolte.
La tutela dei cittadini italiani dovrebbe prescindere dagli schieramenti geopolitici. Ma, ahimè, oggi così non sembra essere.
Poi c’è un terzo episodio.
Lo sport.
Andrea Pirlo era considerato uno dei candidati alla guida della Nazionale.
La sua candidatura è tramontata dopo le polemiche relative alla collaborazione con Fonbet, società russa di scommesse.
Forse Malagò era all’oscuro di questa collaborazione?
Credo proprio di no, perché in Italia anche coloro che non seguono il calcio erano a conoscenza della vicenda.
E allora come mai Pirlo, di colpo, è stato estromesso?
Forse perché l’attuale presidente della UEFA, lo sloveno Aleksander Čeferin, è un amico stretto di José Manuel Barroso, uomo forte del mainstream europeo, e da questi potrebbe aver ricevuto il monito a non consentire l’incarico a Pirlo, ritenuto sconveniente rispetto all’attuale ostilità dello sport nei confronti della Federazione Russa.
Perché anche lo sport è politica. E non da ora, ma da sempre, perlomeno nell’età contemporanea.
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante.
Quando economia, cultura, sport e diplomazia finiscono contemporaneamente dentro la stessa logica di contrapposizione, il rischio è che la guerra smetta di essere soltanto militare e diventi una condizione permanente delle relazioni internazionali.
L’Italia, invece, avrebbe potuto scegliere un’altra strada.
La propria storia, la propria posizione geografica e i rapporti costruiti nei decenni con Mosca le avrebbero consentito di svolgere un ruolo simile a quello che la Turchia ha tentato di esercitare in questi anni.
Quello del mediatore.
Del ponte.
Non del muro.
Perché i ponti possono essere attraversati.
I muri, invece, prima o poi vengono abbattuti.
Ed è proprio questo il rischio che oggi corre l’Italia: continuare ad alzare muri diplomatici nella convinzione che, dall’altra parte, qualcuno, prima o poi, si arrenderà. E invece saremo proprio noi a rimanere schiacciati dalle macerie di quel muro.
Gandhi lo aveva capito quasi un secolo fa, quando decise di scrivere persino a Hitler.
Non perché ne condividesse le idee.
Ma perché aveva compreso una verità semplice, che oggi sembra essere stata dimenticata: quando si smette di parlare con il proprio avversario, si è già compiuto il primo passo verso l’ecatombe.
Lorenzo Valloreja
