SENZA UN CAMBIO DI ROTTA, L’ITALIA RISCHIA DI DIVENTARE L’«ALLEGORIA DELLA MORTE» DI BRUEGEL

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La morte di un uomo è sempre una tragedia. Non esistono morti di serie A e morti di serie B. Quando poi quel dramma avviene durante un fermo delle forze dell’ordine, il dovere di uno Stato serio è uno solo: accertare la verità fino in fondo.

Per questo non spetta alla politica emettere sentenze immediate, ma alla magistratura stabilire se vi siano responsabilità, di chi siano e in quale misura. Eppure, ancora una volta, in Italia la giustizia sembra essere diventata un optional facoltativo. Prima ancora che gli inquirenti avessero completato i primi accertamenti, è scattata la solita mobilitazione ideologica. A Bologna abbiamo assistito a manifestazioni di protesta degenerate in momenti di tensione, con una presenza che fa riflettere: quella delle istituzioni cittadine. Il sindaco in piazza è una scelta politica legittima, sia chiaro, ma che scoperchia un’anomalia tutta italiana.

Da anni il consenso elettorale locale spinge le amministrazioni a inseguire il bacino d’utenza delle comunità d’immigrati, strizzando l’occhio a un’estensione dei diritti politici che rischia di svuotare di senso il concetto stesso di cittadinanza. Non c’è da gridare allo scandalo: è la logica cinica della democrazia della preferenza. Ma la democrazia richiede un punto d’equilibrio. Il diritto di determinare l’indirizzo politico di una comunità deve restare saldamente legato alla cittadinanza italiana. Non per discriminare, ma perché la cittadinanza non è un passaporto burocratico: è l’appartenenza a una storia, a un patrimonio di valori nato da duemila anni di cristianesimo, dall’Illuminismo e dal diritto napoleonico.

Se la composizione culturale di una società cambia senza un efficace processo di integrazione, mutano le leggi, muta la Costituzione, muta la società. Le leggi sono il riflesso di chi le esprime, ed è ingenuo pensare che il nostro diritto rimarrà identico se rinunciamo ad assimilarne i nuovi frutti.

E per dirla in maniera brutale, con un esercizio di pura fantasia, se nel 2080 il 70% della popolazione dovesse essere musulmana a seguito della loro demografia esplosiva, dei flussi migratori, delle continue fughe dei cervelli dall’Italia e delle zero nascite da parte degli autoctoni, sarebbe così aleatorio pensare che la Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza, intrisa di valori illumistici e cristiani, possa trasformarsi in una Repubblica Islamica d’Italia?

Per me non lo è, perché il diritto, come detto, non è immutabile, neppure in presenza di una Costituzione rigida come la nostra.

Dunque, l’integrazione non è la creazione di recinti etnici e comunità parallele; l’integrazione è il riconoscimento, da parte di chi si fa nuovo in una comunità già esistente, di una casa comune. Ma per chiedere a chi arriva di rispettare le nostre regole, dobbiamo prima ricordarci chi siamo.

Ed è qui che l’ipocrisia del dibattito si svela.

Nel dolore disperato di una sorella che invoca vendetta nell’immediatezza dei fatti c’è un’umanità che si comprende: il lutto fa dire parole che la ragione rifiuta. Ciò che non si comprende è la politica che trasforma quel grido nel proprio linguaggio ordinario. Uno Stato civile si fonda sulla giustizia, non sulla vendetta o sulla capitolazione dell’autorità.

I contorni di questo cortocircuito istituzionale sono chiarissimi in un video diffuso di recente da Matteo Salvini: un uomo, a bordo di un treno, si rifiuta di mostrare biglietto e documenti, insulta il controllore e sfida apertamente le forze dell’ordine evocando una nuova rivolta e sostenendo, testualmente, che “gli sbirri e gli italiani fanno schifo”. Al di là del singolo esagitato, ciò che sgomenta è il messaggio strisciante: l’idea che la legge sia un intralcio, che l’autorità dello Stato sia un avversario da sbeffeggiare e che il rispetto delle regole sia un’opzione a scelta multipla.

Mentre continuiamo a scannarci sull’immigrazione a colpi di slogan, ignoriamo la vera voragine: la perdita della nostra identità. Decine di migliaia di giovani italiani — laureati, tecnici, artigiani, intere famiglie — scappano all’estero ogni anno. I posti che lasciano vuoti vengono inevitabilmente occupati da chi arriva da fuori. È una trasformazione demografica imponente, rispetto alla quale ci dimostriamo incapaci di trasmettere ciò che eravamo.

In passato, realtà come il Regno di Napoli accolsero greci, albanesi, slavi, ebrei e arabi. Ma quei flussi trovarono una cultura forte, capace di assorbire, italianizzare e integrare senza cancellare la memoria — si pensi alla straordinaria storia degli Arbëreshë. L’assimilazione non era una parola tabù: era l’incontro naturale tra chi accoglieva e chi arrivava. Oggi, invece, è lo Stato stesso ad aver rinunciato a insegnare chi è.

Qualche giorno fa mi trovavo davanti a un ospedale abruzzese. Vicino al parcheggio, da una siepe spuntavano rovi carichi di more mature — le miricole, come le abbiamo sempre chiamate dalle mie parti. I frutti della campagna, il profumo dell’estate, il ricordo di un’Italia che conosceva i ritmi della terra. Ne ho raccolte alcune, mentre a pochi passi un bambino chiedeva al padre cosa fossero. La risposta del genitore mi ha gelato: «Lasciale stare. Sono sporche. Ti fanno male».

Quel padre non stava proteggendo il figlio: semplicemente non sapeva cosa fossero.

Abbiamo smesso di conoscere la nostra terra, abbiamo dimenticato le erbe spontanee, le stagioni, i frutti dei boschi. Compriamo tutto confezionato, sterilizzato, pronto all’uso. E chi pensa che le miricole non c’entrino nulla con i fatti di Bologna non ha capito la radice del problema: un popolo che dimentica sé stesso non ha più nulla da trasmettere. Se non sai più chi sei, con quale autorevolezza pretendi che un estraneo rispetti la tua storia, le tue tradizioni e le tue leggi? L’integrazione presuppone che vi sia ancora qualcosa in cui integrarsi.

E c’è un ultimo elefante nella stanza che la politica finge di non vedere, concentrandosi sempre sulle conseguenze e mai sulle cause: la cocaina.

Dalle prime risultanze dell’esame autoptico sul corpo di Abderrahim Fakir sono emerse tracce di questa sostanza. Spetterà ai periti valutarne l’impatto sul piano medico-legale, ma la costante è agghiacciante: la cocaina compare ovunque. È il denominatore comune di un’epidemia sociale invisibile. Omicidi, rapine, incidenti stradali, aggressioni, raptus improvvisi, resistenze violente alle forze dell’ordine e — come emerso da svariate inchieste giudiziarie — .perfino il coinvolgimento di appartenenti alle stesse forze dell’ordine.

Parliamo di razzismo, sicurezza, accoglienza e repressione, ma tacciamo sulla droga che attraversa trasversalmente ogni classe sociale, corrode il senso del limite, amplifica l’aggressività e devasta migliaia di famiglie, italiane e straniere. È la tossina che sta distruggendo la tenuta morale dell’Occidente. Su questo serve una linea di assoluta fermezza: tolleranza zero contro lo spaccio, affiancata da una mastodontica battaglia culturale e pedagogica. Perché ogni grammo acquistato non alimenta solo la criminalità organizzata, ma demolisce i residui di una società già profondamente disorientata.

Come ogni civiltà che ha saputo rialzarsi nei momenti bui, anche l’Italia si trova a un bivio: continuare a galleggiare nell’indifferenza e nel relativismo, o ricostruire una comunità fondata sull’educazione, sul rispetto inflessibile della legge e sulla memoria della propria identità.

Il vero dramma dell’Italia di oggi non è soltanto chi entra dai suoi confini. Il vero dramma è che noi, troppo spesso, abbiamo dimenticato chi siamo.

Lorenzo Valloreja

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