Leggendo le Apocalissi di Vito Davoli, alla terza ristampa

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È sempre stata, ed è, complessa la poesia di Vito Davoli.

Per l’interscambio tra realtà e apparenza, l’assenza o quasi di approdi sicuri, la vocazione ossimorica dei bivi, il rapporto tormentato con l’amore, con Dio, l’insofferenza intollerante verso i sistemi costituiti, in particolare per le religioni, le loro architetture dogmatiche, precettistiche, rituali, l’attenzione ai temi sociali e civili. Ma in questa nuova silloge emergono anche novità.

La più vistosa riguarda l’incrocio col Movimento culturale e poetico del Realismo Terminale di Oldani. E non c’è modo più intelligente e maturo di sfruttare le potenzialità di una “scuola” che di coglierne le linee essenziali senza diventarne scolaro. Si sceglie à la carte. Il menu fisso è, per l’appunto, destinato agli scolari.

E così, ad esempio, sistemando con maestria e cum grano salis la similitudine rovesciata, figura principe della poetica oldaniana, proprio e soltanto nei momenti giusti, si colgono esiti stupefacenti, come – per citare un solo caso – il sole-pallone da basket che emana dall’interno una luce d’arancia, in bella vista sulla copertina. Ed è così che si soffre, certo, il senso di angustia in spazi stretti e affollati, tanto che persino Dio e «altre sardine dell’Olimpo»  sono accatastati «in un tempio di latta», simbolo del “supplizio  urbanistico”, del “formicaio”, in cui uomo e natura sono sopraffatti dagli oggetti, con in più la malattia indotta dello shopping: «compra consuma crepa è il tuo destino», magari allettati da un «seducente Saldi» il cui valore è inferiore ai costi.

Insomma una condizione postumana determinata storicamente, oggi più che mai, dall’”alfa e omega” del capitale. Eppure Davoli, il «cavallo che lotta contro la sella» in Carne e sangue, sa liberarsi dall’angustia, dalla prigione di cellofan o del «piccolo ascensore» in cui siamo “stivati”, e si libra in uno spazio aperto e arioso. Ha infatti «il quinto mio punto cardinale», il «pertugio nella plastica» attraverso cui «torno a respirare».  Gli è possibile così “recuperare” la propria storia personale e la voglia di «riaccendere il fuoco».

Nel contempo, fedele alle sue Contraddizioni, accentua la visione negativa del momento storico, la full immersion nei nostri mala tempora segnati, anche, ancora, dalle guerre, da «palazzi diroccati e arti mutilati». Ed è forte la percezione di un clivo verso la catastrofe, in una visione ben più radicale di quanto sia immaginato, come pura possibilità, nel R.T. E non c’è Dio che possa salvarci.

Se il rapporto con Dio è sempre stato conflittuale per Davoli, interpersonale, tra presenza e assenza, tra bisogno e disillusione, qui si sfiora il disprezzo, si va oltre la rabbia, tanto è amaro, corrosivo il sarcasmo «sei sordo o cosa? muto sono certo (…) se non ti schiodano manco le cannonate, quelle vere». O addirittura si dubita, forse, quasi, della sua esistenza se il bisogno è tutto nostro «di un dio che muova i fili» per sperare un senso nelle cose. Ma attenzione a saper «accontentarsi pur delle coccole di Mangiafuoco», illusoria, nefasta consolazione.

Invece può crearsi complicità tutta umana con Cristo, «uno che ci ha provato» a lanciare il messaggio la pace sia con voi, messaggio che oggi «è una minaccia», e più ancora è minaccia scambiatevi un segno di pace visto che «su quelle terre ne piove ancora tanta (…), chicchi di metallo sibilante / che bagnano di schizzi anche le guance / dei bambini».

Sembra aleggiare, in questo libro, un’aura di desolazione, non solo personale, ma di una civiltà che sta crollando, in cui anche «il senso estremo della libertà / è chiuso sotto vuoto».

Così anche il linguaggio si adegua, anzi determina, si stringe, si fa essenza. Se un indicatore quantitativo potesse avere senso, l’estensione media di ciascuna poesia è di circa dieci versi. E quella più lunga, Stanchi (19 versi), sembra essere l’emblema della desolazione, personale, dell’umanità, dell’intera natura, delle cose.

Apocalissi, per l’appunto. Perciò le scelte lessicali e metaforiche, forti, intense, volgono frequentemente al negativo, al degrado (i «liquami dei pensieri»), all’ironia tragica da non riderci affatto, ma ben più efficace che un’invettiva.

È una resa, quella di Davoli? Non si direbbe.

Dal “rio tempo” si può, forse, almeno temporaneamente, scampare. Non si tratta solo del suo “quinto senso” che gli consente di sfuggire all’asfissia. O meglio, il quinto senso può allestire anche «il giaciglio su cui mi sarò disteso / con le braccia distese sotto il capo». Come Titiro sub tegmine fagi, Davoli si concede uno spazio di arcadia che «sembrerà più bello che vissuto», un’enclave tra le fosche turbolenze tutto intorno. È lì che trova casa il «bisogno di pace», la «necessità di disintossicarsi», perché è lì «il luna park dell’anima», lì «il profumo dell’amata libertà», la «serenità del bimbo libero» e «l’intensità del folle artista», lì «l’epifania della rivelazione» che gli offra l’opportunità di afferrare «la parola / che il foglio / non ha mai fermato» e, infine, «indiarsi».

Come sempre in Davoli è la poesia il luogo ideale in cui depurare e riconoscere tutti i temi, vissuti, del suo repertorio. Perché, come il Verbo, «è la parola che genera: / poesia è creazione e questo è un fatto certo». E poiché il mistero della poesia, come il tempo per S. Agostino, si sa e non si sa, per Davoli “enigmista” «forse è scarabocchiando sentimenti / e unendo punti a caso sulle mappe / che viene fuori l’anima e il suo volto», e perciò «vale la pena / sporcare i fogli / e sporcarsi le dita» e «magari poi leccarle / per evitare di godere soltanto a metà».

Fare poesia è dunque itinerario complesso, arcano, godibile solo nella sua interezza, nel suo divenire faticoso attraverso cui la dimensione oscura si rivela e si costituisce in realtà pienamente conosciuta, vera, ontologica. Esattamente «La poesia è. Ed è ciò che essa stessa diviene», come recita il titolo del saggio dello stesso Davoli nel Quaderno Primo Sulla poesia (Tabula fati, 2026), da lui curato.

«Questa bella silloge» –  come la definisce Gianni Antonio Palumbo in postfazione –  dunque, tra continuità e innovazione, annuncia una fase di consolidamento e di svolta in un viaggio poetico sempre assai interessante e da seguire, un’opera che, come sempre in Davoli, sa persuadere fin dall’inizio al piacere della lettura, al colloquio col lettore a cui suggerisce la speranza di un mondo diverso, perché può sempre accadere «ad un affanno sostituire / un respiro ancora / – una bombola d’ossigeno / grande come una città». E con una sensibilità spesso più inquieta che irrequieta, come se lo stallone “purosangue” si sia educato (sia stato, dal tempo? suo malgrado?) all’essere trattenuto seppure «in redini speciali».

È notevole come riesca Davoli, in questo libro, ad arricchire e in parte a “deviare” il suo universo poetico, a farne ancor più poesia civile, e nel contempo a rendere onore, pur con tutta la sua libertà e autonomia, alla storia del Realismo Terminale.

 

Mauro De Pasquale 

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