Qualche sera fa, durante un talk show politico, ho ascoltato un intervento di Gianni Cuperlo, tra i più autorevoli esponenti della sinistra italiana. Cuperlo sosteneva che Roberto Vannacci non rappresenti né il neofascismo né il post-fascismo, bensì qualcosa di diverso: il diciannovismo, il sansepolcrismo, ossia il fascismo delle origini, quello azionista, rivoluzionario e non borghese. Una definizione che, lo confesso, mi ha piacevolmente sorpreso, perché in larga parte la condivido.
Ma perché tale lettura possa dirsi fondata, deve necessariamente essere accompagnata da altri elementi. A mio avviso, infatti, stanno riemergendo alcune dinamiche tipiche di quel periodo storico. Tra queste ve n’è una che, forse, è passata inosservata ai più, ma che ritengo particolarmente significativa: il ritorno, almeno in forma simbolica, della pratica del duello.
Sia chiaro: non credo affatto che si tornerà a sfidarsi con la sciabola, come avvenne nel 1926 tra il deputato fascista Leandro Arpinati e il deputato socialista Francesco Ciccotti, né a colpi di pistola, come nel 1909 quando i giornalisti Filippo Ungaro e Raffaele Cafiero si affrontarono secondo il rigido rituale dell’epoca, con tanto di padrini. Quel genere di tenzone appartiene ormai alla storia.
La sfida, però, è tornata sotto un’altra forma: quella sportiva. In una società dominata dall’immagine e dai social network, due figure pubbliche come Roberto Vannacci e Matteo Renzi, entrambe note per documentare quotidianamente la propria attività fisica, finiscono quasi inevitabilmente per punzecchiarsi e rilanciare la sfida, magari attraverso una gara di nuoto, una maratona o un’altra prova atletica. In un contesto simile, sottrarsi al confronto rischierebbe di essere percepito dall’opinione pubblica come un segno di debolezza o, peggio ancora, di ridicolo. E questo rappresenta, a mio giudizio, un elemento nuovo o, meglio, un elemento di ritorno: il sintomo di quel ricorrere storico degli eventi di cui parlava Giambattista Vico, che non riguarda soltanto i fatti, ma anche i contesti sociali, culturali e politici.
Un altro elemento di ritorno è quello che, forse in solitaria, colgo nel video satirico realizzato con Grok e diffuso dal leader di Futuro Nazionale. Nel filmato Vannacci appare nei panni di un generale o imperatore romano, affiancato dal senatore Ignazio La Russa e dall’imperatrice Giorgia Meloni. Quest’ultima gli consegna un fascio littorio, simbolo che nella Roma antica rappresentava l’imperium, cioè il potere coercitivo dello Stato esercitato dai magistrati, compresa, in determinati casi, la facoltà di infliggere pene corporali e la pena capitale.
Successivamente vengono condotti nell’arena Romano Prodi, Giuseppe Conte ed Elly Schlein. A quel punto Giuseppe Barboni, militante di Futuro Nazionale, divenuto noto dopo l’aggressione a un cittadino di origine irachena a San Benedetto del Tronto, viene rappresentato nell’atto di eliminare simbolicamente i tre avversari politici con una falce e un martello, prima che un leone completi la scena sotto lo sguardo attonito del senatore a vita Mario Draghi.
Naturalmente, non ci vuole un “arco di scienza” per rendersi conto che la comunicazione social affidata a simili video è molto vicina a quella degli ambienti trumpiani e MAGA: anche questo, sì, è un segno dei tempi. Ma è altrettanto vero che nessuno può confondere una rappresentazione satirica con la realtà. Tuttavia, osservando quella sequenza, mi è tornata alla mente, sul piano esclusivamente simbolico, la figura di Amerigo Dumini e, più in generale, il rapporto che parte della storiografia ha descritto tra il Duce e alcuni degli uomini più radicali del primo fascismo. Non perché le due situazioni siano sovrapponibili, né tantomeno perché producano le medesime conseguenze, ma perché entrambe evocano l’idea di un leader affiancato da militanti chiamati a incarnare una forma di giustizia politica diretta.
Questa, almeno, è la lettura che io do del messaggio sotteso al filmato. La scena sembra rappresentare simbolicamente la volontà di spazzare via una determinata classe dirigente, presentata come responsabile delle difficoltà del Paese, e di sostituirla con un nuovo ordine politico. Anche la presenza di Mario Draghi, spettatore impotente della scena, mi pare voler alludere non tanto alla persona in sé, quanto a ciò che essa rappresenta nell’immaginario politico: l’establishment italiano ed europeo.
Ed è qui che torno alle parole di Gianni Cuperlo. Se davvero Roberto Vannacci rappresenta il diciannovismo o il sansepolcrismo più che il neofascismo, allora ciò che sta emergendo è soprattutto una domanda di ordine, sicurezza e normalizzazione. Una domanda che attraversò l’Italia del primo dopoguerra e che, pur in un contesto completamente diverso e democratico, sembra riaffacciarsi anche oggi.
D’altronde ho sempre sostenuto che per troppo tempo questo Paese ha vissuto come in un eterno Carnevale, nel quale ogni regola sembrava poter essere sospesa e ogni responsabilità rinviata. Ma la storia insegna che, prima o poi, al Carnevale segue sempre la Quaresima: il tempo della disciplina, della sobrietà e della resa dei conti. E quanto più lungo è stato il Carnevale, tanto più lunga rischia di essere la Quaresima destinata a seguirlo, chiamata a mondare tutto ciò che nel frattempo è marcito.
Vi è poi un altro elemento che ritengo ormai evidente e che, forse, sono stato tra i pochi a sostenere fin dalla nascita di Futuro Nazionale: la convinzione che questa formazione politica non avrebbe corso da sola, ma avrebbe finito per convergere con il centrodestra. Dopo settimane di polemiche e prese di distanza nei confronti del generale Vannacci, appare oggi sempre più plausibile che le diverse anime della coalizione siano destinate a ricompattarsi. Ciò che fino a pochi mesi fa sembrava irrealizzabile potrebbe diventare realtà non tanto per una diversa abilità del ceto politico, quanto per il mutato contesto internazionale. Nel corso del 2027, infatti, diversi grandi Paesi europei saranno chiamati al voto o potrebbero esserlo e l’eventuale affermazione di governi sovranisti in Stati chiave come Francia, Italia e Spagna modificherebbe inevitabilmente gli equilibri politici dell’Unione europea, riducendo il peso delle attuali dinamiche provenienti da Bruxelles.
Tuttavia, il consenso non si conquista soltanto promettendo sicurezza o crescita economica. Gli italiani chiedono soprattutto uno Stato che torni a funzionare. Uno Stato nel quale prenotare una visita medica non significhi trascorrere ore al telefono ascoltando una segreteria automatica, nel quale parlare con un responsabile dell’INPS non richieda settimane di attesa e nel quale il rapporto diretto tra cittadino e pubblica amministrazione torni a essere la regola. La pandemia è terminata da tempo. Il contatto umano, il rapporto vis-à-vis con le istituzioni, dovrebbe essere la normalità. Probabilmente, più ancora di molte battaglie identitarie, sarà proprio la capacità di restituire efficienza allo Stato a determinare il successo o il fallimento della futura classe dirigente.
Lo stesso Indro Montanelli, ricordando un altro periodo caotico della storia italiana come il famigerato biennio rosso, ebbe a raccontare come si fosse arrivati al punto che perfino gli uscieri dei ministeri avevano smesso di riconoscere l’autorità dei ministri. E se ci pensate, ieri come oggi, pur in forme profondamente diverse, viviamo una lenta anarchia amministrativa che sta logorando il rapporto tra cittadini e istituzioni.
…e se tanto mi dà tanto, ben venga la Quaresima. Perché quando il Carnevale dura troppo a lungo, qualcuno prima o poi dovrà pur rimettere ordine.
Lorenzo Valloreja
