Jean Paul Sartre, Carlo Levi e la Regina Albemarle

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“Devo proprio entrare e cercare il mio amico Levi che si nasconde qui…Entro, e dietro Levi percorro un lungo corridoio. Levi è il primo romano che mi pare non abbia passione per il vuoto. In questa sala immensa ha tentato di fare il pieno. Non con i mobili,ma con le tele che ha dipinto. Ce n’è più di trecento”.

 Parole di Jean Paul Sartre che si leggono nel libro “La Regina Albemarle o l’ultimo turista”, pubblicato da Il Saggiatore. Nuova edizione,con testo stabilito e annotato da Arlette Elkaim Sartre.
Anno 1951,fine estate. Sartre inizia il suo viaggio in Italia : Napoli, Capri,Venezia. E Roma.

Qui, dentro Palazzo Altieri in via del Gesù, incontra Carlo Levi. Edificio descritto dall’artista torinese nel suo romanzo “L’Orologio” edito nel 1952 da Gallimard, a gennaio dello stesso anno un capitolo appare nella rivista letteraria filosofica e politica Les Temps Modernes,  fondata nel 1944 da  Simone de Beauvoir e Sartre. Questi,tra l’altro, firma il saggio introduttivo “L’universale singolare” all’opera “Cristo si è fermato a Eboli” di Levi  “… uomo eccezionale in cui tutto si accorda, tutto si tiene. Medico dapprima, poi scrittore e artista per una sola identica ragione: l’immenso rispetto per la vita. E questo stesso rispetto è all’origine del suo impegno politico, così come alla sorgente della sua arte”.
Carlo Levi, a fine luglio 1960, nell’articolo “Il Prefetto e il Contadino” pubblicato dal settimanale ABC scrive quanto segue :” Di Sartre sono amico da quando lo vidi la prima volta, molti anni fa : amico nel senso vero e spontaneo della parola: non tanto per quello che egli faccia volta per volta, o scriva, né per identità o somiglianza di interessi o di giudizi, ma perché è un uomo, tutto intero anche nelle sue contraddizioni, sempre, con totale impegno : sì che è naturale e semplice, anche prima di discuterne gli atteggiamenti, dargli la fiducia fraterna dell’amicizia”.

I passi del filosofo francese echeggiano in una Roma vuota,come  in una cattedrale deserta. Sartre cammina  dentro le vie della Capitale italiana, attraversa i meandri della classicità “ … i cui resti sono pietra stregata capace ancora di asservire”, guidato nella sua riflessione sul Tempo dalla Regina Albemarle : immaginaria sovrana che rimanda al mondo interiore.
E l’ultimo turista o,meglio, viaggiatore? Risulta essere quello di fine stagione,colui che vuol vedere l’Italia come non la vedranno i turisti mordi e fuggi(quelli che sanno niente di beni culturali e storici e artistici), cacciatore di bellezza e di senso, significativo rampollo “… di una stirpe che passa per Montaigne, Chateaubriand,Valèry Larbaud…E’ colui che vagabonda in cerca di un passato fuori portata e divenuto mito, che riesce a catturare immagini e atmosfere, e a restituirle in tutta la loro cristallina nitidezza”.
Sartre cerca il segreto delle cose. Racconta la Storia,quella recente e i problemi del Belpaese post guerra, ma in primo luogo le vicende notevoli registrate dall’antichità al Quattrocento.
Tramite uno stile frammentario  affida alle pagine di questo volume il suo universale taccuino interiore,soffermandosi sul fascino nascosto dell’Italia. Luogo che egli approfondisce e celebra con  sentimento di appartenenza alle sue pietre, alla sua luce, ai suoi palazzi. Come la residenza signorile in cui vive il suo amico Carlo Levi.

Dimora di lussuosa sobrietà della famiglia Altieri,progettata nel 1650 da Giovanni Antonio De Rossi. Modello  architettonico importante del neoclassicismo romano e internazionale. All’interno si trovano,  a tutt’oggi,arredi d’epoca,l’opera di Carlo Maratta “Allegoria della Clemenza” ispirata a Papa Clemente X Altieri,dipinti di Luca Giordano,Bernardo Strozzi…

 Il cinquanta per cento del palazzo da più anni è proprietà, e sede di rappresentanza,dell’Associazione bancaria italiana.

Una pubblicazione forse utile, questa di Jean Paul Sartre,  anche per chi vuol comprendere la differenza fra turista consumista(e consumato a sua insaputa : “ Quando una popolazione è distratta da cose superficiali, quando la vita culturale è diventata un eterno circo di divertimenti, quando ogni serio discorso pubblico si trasforma in un balbettio infantile, quando, in breve, un intero popolo si trasforma in spettatore e ogni affare pubblico in vaudeville, alla il Paese è in pericolo; la morte della  cultura è chiaramente una possibilità” , Neil Postman “Divertirsi da morire”, 1985) e viaggiatore colto.

Nino Sangerardi

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