La riflessione di don Mario Pellegrino, sacerdote biscegliese Fidei Donum in Brasile, sul Natale

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In una nota don Mario Pellegrino scrive le sue riflessioni sul Natale. Il testo integrale.

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Come sempre in occasione del Santo Natale, anche quest’anno BisceglieLive.it ospita la riflessione di don Mario Pellegrino, sacerdote Fidei Donum in Brasile. Ecco il testo integrale:

«Ancora una volta, carissimi amici e amiche, siamo chiamati a prepararci alla venuta del Signore, se vogliamo vivere autenticamente il Natale, e dover scegliere: o essere radianti di luce, epifania, come Dio ci vuole; oppure pieni di nulla, come ci vuole la festa consumistica, che non solo esclude il festeggiato ma anche annulla la nostra vera identità, una festa buona solo a suscitare illusorie emozioni e, soprattutto, a vendere prodotti.

E questa scelta oggi diventa urgente farla perchè basta guardarci attorno per osservare il profondo anelito di vita che echeggia: da un lato gli orrori delle vittime innocenti di guerre e terrorismo, di migranti che muoiono davanti al nostro complice silenzio nelle acque del mar Mediterraneo, di famiglie che stentano a vivere davanti a gente che ostenta il suo lusso; e dall´altro gente che vive sprofondata nelle sue tristezze e paure, isolata nelle sue depressioni e angosce, tutti segni  che denunciano la morte del sorriso nei nostri cuori e l´aborto alla gioia di vivere.

Dinanzi a questa realtà, il Natale deve svegliarci a un senso di indignazione e non accettazione e a donarci una dose di coraggio profetico affinchè tutti abbiano vita degna, vita in abbondanza.

Facendo un´analisi superficiale, certamente, in questi ultimi anni, siamo diventati più ricchi, ma non per questo più felici: spesso conduciamo una vita più triste, più angustiata e meno gioiosa, perchèèdalla nostra vita abbiamo sfrattato quella dimensione essenziale che è la possibilità di pensare e scegliere liberamente, e valutiamo tutto e tutti attraverso la lente del tornaconto personale, dove anche le relazioni diventano commerciali: l’altro diventa l’avversario, il competitore, il cliente da sfruttare. Infatti, sembra che le persone non hanno più tempo per pensare autonomamente e si lascino telecomandare dal sistema vigente, come robots incapaci di essere protagonista di sé stessi.

Spesso incontro persone che non ce la fanno più, stanche di questa vita frenetica e stressante, che hanno perso il sorriso perché si sentono pigiate dentro ingranaggi che le conducono a vivere una vita quotidiana senza senso e senza direzione, e per questo invocano aiuto per ritrovare il coraggio e la forza di cambiare.

La nostra vita l´abbiamo riempita di tante cose, ma svuotata dei rapporti umani autentici. Anzi, spesso, come dicevo, le relazioni umane sono in balia di una logica utilitarista, ridotte a rapporti di puro profitto. La competitività del mercato si è instaurata anche nelle relazioni umane, facendo dell’altro un nemico da competere, sospettare e combattere.

In questa rigorosissima logica capitalista e consumistica, anche Dio corre il rischio di diventare un prodotto religioso da consumare a proprio piacimento e in privato, attraverso celebrazioni, incensazioni, suppliche e benedizioni; un Dio trasformato in prodotto religioso acquistato dal potere economico, illudendo le persone di poter comprare perfino il paradiso.

Ma il Natale ci insegna che Dio è l’Altro che possiamo avvicinare solamente con la virtù dell’umiltà, dell’accoglienza e apertura alla ricerca del Dio sempre nuovo, e non con il potere del denaro o con la logica del profitto e del consumo. Quando Dio non diventa un prodotto, allora lo scopriamo come nostro compagno di viaggio, come è accaduto con i discepoli di Emmaus, che ci fa riscoprire il senso della vita e ci riempie di gioia, attraverso relazioni umane vere e profonde.

Tuttavia, percependo il fallimento di una vita consumistica, che ha fatto dell’avere un’idolatria e ha svuotato l’essere dal senso della vita e dalla genuina felicità, siamo chiamati a far divenire la festa del Natale tempo di grazia, Kairòs, tempo proficuo per iniziare a cambiare e, così, riscoprire l’essenza della vita che non si basa sulla quantità delle cose, ma sulla qualità della vita, non sull´avere ma sull’essere.

Si, il Natale é il tempo per indicare cammini possibili e alternativi e, seguendo la stella del Signore che nasce, trasformare la globalizzazione neoliberista del profitto e dell´avere, nella globalizzazione della solidarietà, della giustizia e della pace. E questa stella mette oggi in gestazione la speranza di far fiorire la liberazione dalla tirannia delle cose, facendo sbocciare il primato della dignità di tutti i popoli della terra e della sua madre natura.

Sarà Natale, infatti, se ci impegniamo oggi e sempre da un lato a liberare la popolazione dalla tirannia dell’avere, e dall´altro dalla schiavitù della miseria, della disuguaglianza e dell’oppressione.

E, in questa nostra scelta, attraverso i suoi angeli che annunciano questo evento, Dio non si stanca mai di invadere con il suo amore ogni angolo del mondo, di acquietare ogni paura, di convertire il cuore di chi si lascia stupire, sorprendere e commuovere.

Chi mai, infatti, avrebbe potuto pensare e realizzare una notizia del genere? Solo Dio poteva osare tanto: la bella notizia (Vangelo) di un Dio che diventa uomo, che si fa accessibile a tutti, incontrabile; un Dio carne e sangue, fame e sete, tenerezza e calore, fragilità e compassione, amore e emozioni!

Non esiste più un confine che separi umano e divino: Dio è qui, con me e con te, in me e in te.

Ed è bello come tutto questo lo sperimento nella ferialità dei miei giorni, nella gioia di camminare con e tra questa gente che riempie il mio cuore di felicità: ogni mese, visito i villaggi e le comunità della nostra parrocchia, col desiderio di portare a questa gente, amata da Dio, una parola di pace e di speranza, sforzandomi di camminare al loro passo, con la gioia nel cuore, la gioia di chi sa di essere aspettato, amato, abbracciato dalla sua gente.

Sì, qui la gente ci abbraccia, ci accoglie con la tenerezza di un cuore materno. La nostra presenza in mezzo a questo popolo cerca di essere seme di speranza, la speranza di un mondo diverso, più umano. Ed io sono felice di essere qui e ringrazio il Dio della vita per avermi invitato a camminare con Lui nelle periferie del mondo: é da loro che imparo il vangelo, perchè la loro vita é Vangelo vissuto e testimoniato.

E, contemplando tutto questo, mi chiedo: perché mai Dio ha scelto di abbandonare la sua perfezione per venire a conoscere la nostra miseria? E la risposta è semplice: Per voi è nato un Salvatore. Sono i pastori, gli ultimi, i perdenti, gli sconfitti del tempo di Gesù ad avere l’onore di essere degni della spiegazione di Dio: Dio si è fatto uomo perché ci ama.

Dio si è fatto uomo per salvarci, per condurci alla pienezza della vita, per portare a compimento quell’anelito insopprimibile e intimo che Egli stesso ha messo nel profondo del nostro cuore: amare e sentirci amati.

Si, umano e divino convivono in uno stesso corpo, il corpo di un neonato, e ciascuno di noi è invaso dalla scintilla divina. Solo la nudità disarmante di un neonato avrebbe potuto convertire la nostra durezza di peccato e di tenebra, di pianto e di dolore, in un tenero sguardo di amore.

E lì, davanti a quel Dio-bambino, come i pastori e i magi, ora anche noi pieghiamo le ginocchia: Dio si manifesta bambino, per donarci la salvezza; Dio si fa incontrare là dove siamo, parla ai nostri cuori con il linguaggio che conosciamo. Ora è il nostro sguardo che deve cambiare, è la luce del nostro cuore che deve saper vedere al di là dell’apparenza.

Ecco il nostro Dio: un neonato impotente, fragile, che va lavato, cambiato e baciato; un Dio che non ha deliri di onnipotenza, che ha svestito i panni della regalità e li ha deposti ai piedi della nostra inquieta umanità.

E mentre io vorrei un Dio che mi risolvesse i problemi, non che me li crei; un Dio potente e forte, non un neonato bisognoso di tutto; un Dio efficiente, non perdente; schierato con i forti, non difensore dei deboli…; ecco il miracolo: si, Dio vuole nascere nel mio cuore, come nel tuo; il Dio vero, non quello dei nostri deliri, delle nostre vane aspirazioni; Dio vuole essere da noi accolto, abbracciato e amato nel corpo di ogni povero; proprio questo Dio, che condivide la sua vita con gli ultimi e che salva chi si sente perduto, vuole che facciamo lo stesso, a imitarLo nell´accogliere e approssimarci al nostro fratello.

Ti invito, allora, a ritagliare anche pochi minuti per stare in silenzio e preghiera davanti al presepe, e fare della tua e nostra vita una culla per accogliere questo Dio scomodo.

Si, perchè questo Dio che nasce è una pro-vocazione per la nostra rinascita, perchè la vita non è poi così male se Lui stesso la abita; se Dio non si è stancato dell’uomo diventando Lui stesso uomo, è per stimolarci ad assumere dignitosamente la bellezza della nostra Vita.

Dio viene, ma spesso è l’uomo che non c’è: la luce viene, ma le tenebre non vogliono accoglierla, nemmeno oggi.

Se osiamo rinascere, se ancora scommettiamo in Lui, se lo accogliamo nei nostri cuori questo Dio-neonato che ci scuote, ci imbarazza, ci stupisce chiedendoci di farci carico di Lui, allora sarà davvero per noi Natale, lo celebreremo veramente.

Dio è qui: accoglierlo o ignorarlo fa la differenza. Io la mia scelta l’ho già fatta e, oggi, voglio ripeterla.

Ora Dio ha il volto di un bambino, e ci spiazza, ci destabilizza, ci imbarazza, perché Dio osa consegnarsi: è un Dio da accogliere cullandolo fra le braccia, o da annientare, perseguitare e uccidere; un Dio che ribalta la nostra maniera di pensare di Lui e che illumina il nostro vero essere, ciò che noi siamo.

Se davvero, oggi, avremo il coraggio di lasciare alle spalle tutto ciò che appiattisce le nostre attese e speranze; di sanare le ferite dell’indifferenza e della rassegnazione che ci soffocano; se, respirando il clima natalizio, avremo il coraggio di seguire i tanti angeli che Dio continuamente ci invia, allora, arriveremo alla mangiatoia e ci incontreremo con Lui. E, dopo averlo visto, potremo tornare alla nostra vita trasformata e rinnovata, lodando Dio a gran voce.

Questo è l’augurio più bello che oggi possiamo scambiarci: che la venuta di Dio allaghi di luce il nostro sguardo e il nostro cuore perché la vita cambi e il mondo si rinnovi.

Si, perchè è sempre bello vivere, essere umani, gioire, amare, crescere, lottare, piangere, se Dio ha condiviso tutto questo; dev’essere bello se Dio ha divinizzato ogni gesto e ogni sussulto; deve essere straordinario diventare capaci di accorgerci quanto siamo da Lui amati e cercati, affinché anche noi lo cerchiamo e amiamo nel nostro fratello.

Che questo Natale sia la stella che ci guida al Dio della vita, non come prodotto religioso ben confezionato, ma come realtà essenziale che ci dona il vero senso della vita e ci arricchisce non nell’avere ma soprattutto nell’essere!

Auguri, shalom!».

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