CHE FINE HA FATTO LA MERITOCRAZIA?

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La meritocrazia è un metodo di selezione che si basa sul merito; ma anche di governo.

Ora, però, tocca chiederci cosa sia il merito.

Il merito è un animale sfuggente. E’ spesso associato a sostantivi come  valore, virtù, dote, capacità di pensare ed operare.

Il vero problema è che appare non misurabile se non attraverso la sua concreta applicazione e i suoi risultati.

Certamente il merito è un fattore soggettivo, quindi, di rilevanza sociale.

Ma è difficile che non tracimi in una valenza politica. Infatti, quando si sostiene che una persona sia meritevole, si dice anche che altre non lo siano in egual misura.

Può sembrare, quindi, che la meritocrazia riveli una anti democraticità intrinseca, soprattutto quando si pone che l’obiettivo della scuola, e del percorso della istruzione, è rendere chiunque potenzialmente meritevole, senza distinzioni di classe sociale o di origini familiari, ma anche di intelligenza.

Tuttavia, si è tutti d’accordo che, nei ruoli critici, debbano essere collocate individualità competenti e capaci: in una parola “meritevoli”.

Quando è nato il concetto di meritocrazia? Possiamo collocarne la nascita negli anni 1870.

Cosa successe?  Il ministro inglese per l’istruzione, William Edward Forster, introdusse la obbligatorietà della istruzione e della scuola. A seguire, il governo inglese introdusse l’obbligatorietà del concorso pubblico per le assunzioni nella pubblica amministrazione.

Era una chiara lotta al clientelismo che dominava la scena dove ereditarietà, posizioni di famiglia, favorevoli contesti di relazioni sociali dettavano legge.

C’era, però, un motivo per questa svolta epocale. La rivoluzione industriale imponeva di costruire un argine per competere con una concorrenza sempre più agguerrita. Erano necessarie competenze, capacità e dinamismo che non erano certo  appannaggio degli eredi di una aristocrazia appagata.

Qui, emerge che la famiglia, inossidabile nucleo fondamentale della società civile, è anche un fattore negativo per la sua ragionevole propensione a migliorare la propria posizione sociale e a proporre e collocare i propri rampolli, qualunque siano le loro competenze e capacità.

Certo, una battaglia persa in partenza per la meritocrazia.

Tuttavia, essa riuscì  ha tenere banco proprio quando si presentavano periodi storici caratterizzati da urgenze e necessità di innovazione e di competitività.

Come è plausibile, in detti periodi, è stato il sistema della Istruzione e della Scuola il fattore prioritario che ha sostenuto le nuove sfide socio economiche.

Citiamoli questi periodi inglesi: dopo la guerra di Crimea (1870); dopo la seconda guerra anglo-boera (1902); dopo la prima guerra mondiale (1918); dopo la seconda guerra mondiale (1944).

Questi periodi, infatti, hanno visto grandi riforme per adeguare il sistema della  Istruzione e della Scuola ai nuovi contesti.

Come è ovvio, queste riforme furono viste, dai ceti sociali superiori, come una minaccia perché li privava della capacità clientelare di penetrazione.  

Ma con l’andar del tempo, verso la metà del XX secolo, i laburisti cominciarono a sostenere il principio dell’uguaglianza, senza più riferirsi alla meritocrazia, come “stessa istruzione per tutti, senza selezione né discriminazioni”; mentre, sull’altro fronte, i conservatori collegarono il concetto di progresso al merito. Con queste riforme il Regno Unito diventò ben presto la locomotiva della “rivoluzione intellettuale” del XX secolo.

E in Italia? Qui ha prevalso, in maniera più incisiva che in Inghilterra, la lotta alle disuguaglianze. Ma, come sanno tutti, quando il pendolo è troppo sbilanciato, si generano disfunzioni e nuove discriminazioni. Infatti, è scomparso dalla scena il merito e, con esso, perdevano valore tutti i faticosi  impegni necessari per un apprendimento competitivo.

E’ di tutta evidenza che si siano imposte nuove discriminazioni fra chi godeva di un ambiente di relazioni utili e benefiche e chi, pur meritando per capacità e  impegno, non aveva alcuna agevolazione nella scalata sociale.  

Le riforme della Istruzione e della Scuola che si sono succedute in Italia si sono rivelate sterili perché non funzionali ad un obiettivo di competitività del Paese e perché orientate solo alla gestione di regolamenti e procedure.

Alla cultura dell’obiettivo abbiamo preferito la cultura del processo.

A questa cultura, inoltre, si è affiancata quella del diritto, di qualunque tipo e a qualunque costo.

Tre tipi di cultura, sembra una trinità, che viaggiano in parallelo: uguaglianza, diritti, processi.

Tutto sommato, concetti bellissimi ma che, da egemoni e prepotenti, non equilibrati da concetti contendenti come merito, doveri, obiettivi, distruggono tutta la flora e la fauna che hanno intorno.

Il risultato? Un deserto biblico, statico e immobile, incapace di progredire. Rimane il pensiero unico, nemico della diversità.

Non si vuole, qui, denigrare la citata trinità. Si vuole solo ricordare che ogni potere deve avere il suo contro potere, per non diventare dittatura e per garantire un virtuoso equilibrio.  

Infatti, l’uguaglianza, nel dissolvere il merito, degenera essa stessa nel tragicomico slogan “uno vale uno” che viene interpretato come la certezza che chiunque possa ricoprire qualunque ruolo di qualsiasi criticità.

I diritti, nella totale ignoranza dei doveri correlati, permettono a chiunque di agire indisturbato nel dissipare patrimoni non propri.  

I processi, adottati senza rotta verso gli obiettivi, inducono a vagare, per tempo immemore, nella ampiezza dello spazio e del tempo, giungendo alla meta quasi per caso.

Gli ultimi cinquant‘anni hanno decretato la vittoria della trinità; favorita, peraltro, dall’emergere di una “intellighenzia” autoreferenziale che, per forza di cose, alligna a sinistra.

Ma, a guardare i risultati, questa vittoria si è rivelata estremamente dannosa per la comunità italiana.   

Quella trinità, infatti, è la sintesi di una cultura egemone che non ammette contrapposizioni, è discriminatoria, è tetragona.

La diversità viene prima ignorata, poi espulsa, inesorabilmente.

E’ una tattica a “risposta condizionata”.

Il risultato è che il merito viene esiliato, la meritocrazia sotterrata, il progresso congelato.

Dove troviamo la cultura della trinità? Nella Scuola, nella Politica, nei Media.

Nel frattempo lo scempio del merito e delle capacità è palpabile.

Sembra ritornata l’era del MinCulPop, di storica memoria.

Esercitiamoci nel declinare quali potrebbero essere gli effetti sulla società civile.

E’ presto detto: un generale decadimento della preparazione anche in corrispondenza di titoli elevati; diplomi senza valore qualitativo; la dispersione di meriti e capacità sospinti verso la emigrazione; la diffusione di incompetenze e incapacità nei ruoli significativi e critici; il perdurare di uno stato di incomprensione nei dibattiti; la incapacità di concentrazione sul focus dei temi; la inconcludenza delle attività operative; l’incapacità progettuale; una classe dirigente meno che mediocre. L’elenco degli effetti non è affatto esaustivo. Ad esso si accompagnano nuove discriminazioni.

Viviamo in una Repubblica che pensa che il massimo sperato sarebbe vivere di sussidi.

Cosa fare? Lo sappiamo ed è inutile ripeterlo. Basta aggiungere sull’altro piatto della bilancia una nuova trinità: merito, doveri, obiettivi.

Antonio Vox

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