Economia Reale: globale o territoriale?

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La globalizzazione imperversa nel mondo. Sembra un Moloch!

Si era certi che essa avrebbe portato, in ogni paese della Terra, ricchezza e sviluppo, prosperità e crescita della qualità della vita; e, poi, diritti, libertà, cultura, civiltà …

Ma si son fatti i conti senza l’oste.

Ma l’oste chi è?

E’ preoccupante che non ci si renda conto che l’uomo vive di sogni, idee, prospettive, curiosità, ansia di esplorare e di conoscere, necessità di respirare gli spazi.

L’uomo, per così dire, ha una “configurazione spaziale”, che ha generato la globalizzazione.

Siamo uomini e lo sappiamo. Per fare una paragone ambientale, che oggi va di moda, l’uomo è come un albero: più ha spazio, più è libero, più ha humus, più il suo ecosistema è favorevole, più esso cresce forte, verde e rigoglioso, e generoso di frutti.

Purtroppo, nella gestione delle comunità e degli affari, ci dimentichiamo molto spesso di questo ovvio paradigma.

Ma ci dimentichiamo, anche e colpevolmente, di un altro paradigma fondamentale per l’albero e per l’uomo: le radici.

Ricordate il bellissimo romanzo “Radici” di Alex Haley?

Eppure, di questo paradigma, non si può fare a meno senza turbare gli equilibri della vita sociale. Quando si toccano le radici, senza essere un agricoltore con i fiocchi, allora nascono i guai. E, di guai, al mondo ce ne sono parecchi.

Che significato hanno le radici di un albero o di un uomo?

Se assumiamo questo paradigma come riferimento delle nostre analisi non possiamo non domandarci come hanno fatto sociologi, psicologi, professionisti della politica, manager, amministratori, e via discorrendo, a pensare, ad esempio, che la “democrazia” potesse essere esportata?

La “democrazia” è un punto di arrivo e non di partenza. Per arrivate alla democrazia ci vuole il cosiddetto “tempo tecnico” che non può in alcun modo essere compresso senza creare tensioni, resistenze, conflitti, reazioni, guerre.

L’uomo, per così dire, ha anche una “configurazione identitaria e territoriale” che non è altro che il passato storico che lo ha creato.

Partiamo da questi due incontestabili paradigmi che sembrano rivoluzionari ma sono semplicemente “naturali”; semplicemente, sono stati dimenticati, o meglio, soffocati da una coltre di sovrastrutture convenzionali e artificiose.

Non sappiamo, in verità, se la globalizzazione sia un fattore positivo o meno. Ma sappiamo che essa appare molto ingarbugliata e che, per conquistare il timbro dell’equilibrio, non potrà che essere la meta di un lunghissimo e incomprimibile periodo di trasformazioni sociali.

Abbiamo preso la “democrazia”, come esempio di specie, ma l’incomprimibilità dei tempi tecnici vale sempre, anche per la globalizzazione e per la “economia”.

Per quest’ultima, è facile osservare come essa sia a “taratura territoriale”: come per la democrazia, essa coinvolge le radici, le identità, le dignità.

Questa è una tesi, non economica ma sociale con corollari economici, della quale è necessario, pertanto, tener conto.

Il dilemma fra la “configurazione spaziale” e la “configurazione territoriale” dell’uomo è la sfida della Politica.

Mentre la prima propone espansione, la seconda propone territorialità.

La “configurazione spaziale” dell’uomo, che abita la società civile, ha generato la internazionalizzazione, la multinazionalità, la globalizzazione.

Ancora una volta, le dinamiche della società civile che è ,di suo, imprenditrice, hanno sopravanzato ogni visione politica. La politica è costretta a rincorrere, mettendo pezze qua e là, ma non prospetticamente, perché sta indietro, ma, di necessità, populisticamente.

Non vi sembra che qui muoiono le ideologie di Sinistra e di Destra?

E il Centro, orfano dei riferimenti a latere che lo definiscono, si copre dell’insignificante lemma di “moderato”.

E’ di tutta evidenza che l’espansione diluisce l’identità; ma è anche vero che senza identità non c’è espansione. La “configurazione territoriale” è il seme per la “configurazione spaziale”. Pertanto essa deve essere attentamente coltivata.

Sembra che ritorni l’insistente quesito degli anni ‘80: cosa è meglio? Il piccolo o il grande?

Il professor Andrea Saba, presidente dello IASM (Istituto di Assistenza allo Sviluppo del Mezzogiorno) nel suo libro del 1995 “Il modello italiano. La «Specializzazione flessibile» e i distretti industriali”, in cui descriveva il miracolo Italia che, pur in condizioni del tutto contrarie allo sviluppo industriale, era diventata il quinto paese industriale, sosteneva che “piccolo è bello” riferendosi al modello identitario vincente delle PMI marchigiane diventato poi il “modello italiano”.

E’ indubbio che la spinta alla internazionalizzazione e alla multinazionalità genera il “gigantismo” delle imprese, perché per navigare oltre le colonne d’Ercole bisogna attrezzarsi, strutturarsi, dimensionarsi opportunamente.

Ma, quali sono gli effetti di questo fenomeno?

La risposta è sotto i nostri occhi, sia dal punto di vista logico/teorico sia dal punto di vista dell’analisi storica sia osservando lo scenario contestuale sociopolitico.

Il gigantismo, in generale (Imprese, Banche, Stati, Organizzazioni  etc), proprio per le proprie potenzialità economico  finanziarie molte volte superiori al PIL di molto Paesi, per la numerosità dei posti di lavoro che offre, per la diversificazione degli interessi affaristici, per le lobbies di cui può disporre, per i prepotenti obiettivi di business, per le sue campagne di “marketing sociale” orientare non solo ad influenzare le scelte dei popoli ma anche a proporre “nuove culture”, per la capillarità della sua presenza nella finanza, nella economia, nella ricerca e così via, ha insita la tendenza alla “colonizzazione” e allo “asservimento”.

In questo senso il gigantismo non opera in regime di mercato ma in regime di  “psicologia delle masse” e del “pensiero unico”: derive che sono molto vicine alle tesi del “uno uguale uno” che sono la negazione delle identità, delle dignità, delle libertà, della democrazia consapevole.

Il gigantismo riscuote anche un beneficio che altri non hanno: non possono fallire, pur nella loro accertata inefficienza e burocratizzazione, perché metterebbero a rischio una grande numerosità di posti di lavoro e, quindi, di famiglie con grave nocumento per gli equilibri sociali.

E ecco che gli Stati intervengono con il sostegno economico/finanziario creando un circuito vizioso: i cittadini da un lato sono plagiati, dall’altro contribuiscono ai salvataggi con i propri contributi fiscali che sono dirottati dai servizi sociali.  

Si crea un corto circuito da connubio fra gigantismo e Stati/politica dove non si capisce chi governi effettivamente e quale debba essere il ruolo della “democrazia” che viene sistematicamente diluito.

Il corollario è che si producono artificiali discriminazioni sempre più marcate,  fra posizioni dominanti incontrollabili ed élite chiuse in bolle di lusso e di potere, contro il popolo sempre più succube.

Il disagio sociale e l’astensionismo sono la spia di questo fenomeno.

Le rivendicazioni popolari e i conflitti sociali sono oramai molto diffusi e mettono la “pace” in pericolo.

Eppure, è di tutta evidenza che la “configurazione spaziale” e la “configurazione territoriale” sono entrambi, con pari dignità, attributi umani.

E’ un dato di fatto.

Ma esse configurazioni non sono alternative: sono aree di esistenza contigue senza che ci sia un confine. Il loro insieme è un continuum.

Cosa fare, dunque?

Qui è la politica che deve intervenire riacquistando il suo ruolo di governo della comunità.

Il primo passo è garantire che non ci sia tracimazione prepotente da un’area all’altra evitando che l’una possa soffocare l’altra.

Il secondo è ristabilire l’equilibrio dei mercati ponendo freni al gigantismo in termini di dimensioni ed in termini di trattamenti (come quello fiscale).

Il terzo è creare humus di sviluppo diversificato e equipollente fra le due aree.

Il quarto è impedire che il gigantismo conduca la politica del Paese e si infiltri nello Stato.

Il quinto è impedire che il gigantismo conduca l’evoluzione culturale dei popoli.

Non è certamente cosa semplice Ma facciamo un esempio pratico.

Se la economia reale, quella di mercato, è a caratura territoriale; se le teorie economiche insegnano che le dinamiche inflattive e deflattive producono effetti diversi in differenti economie; appare di tutta evidenza che non si possa operare per “medie”, ma è necessario intervenire localmente con iniziative adatte al mercato specifico. Ad esempio: introdurre tassi medi europei (BCE) penalizza le economie territoriali più deboli a favore delle più ricche.

Gli effetti tutti li possono prevedere.

Altro esempio pratico.

Se l’obiettivo del SSN (Servizio Sanitario Nazionale) è quello di fornire l’esistenziale servizio di salute pubblica garantito dalla Costituzione, e se l’obiettivo di una azienda privata è il profitto, che senso ha fare il matrimonio fra i due?

Analogo esempio si può fare per ogni servizio pubblico esistenziale (acqua, luce, gas  etc).

Quelle esposte sono tesi infattibili e rivoluzionarie?

Noi pensiamo che siano ragionevoli e coerenti con l’uomo che vive in comunità.

Antonio Vox

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