Lavoro, fuga dei cervelli conferma: l’Italia non è un Paese per giovani e donne

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L’Italia del lavoro non è un Paese per giovani e donne: 1 donna su 2 non ha un impiego e abbiamo il primato europeo di Neet. Sono dati snocciolati in apertura del Talk di Fondazione per la Sussidiarietà in occasione del Meeting di Rimini, dedicato al tema ‘Generazione Giovani’. Si tratta di dati che segnalano priorità su cui riflettere e intervenire, partendo da due domande fondamentali: cosa non funziona? Cosa cambiare?

La fuga dei cervelli: numeri e cause

Tra il 2012 e il 2021 1 milione di italiani è andato a lavorare all’estero, di questi 250mila aveva la laurea: il 5-8% dei laureati totali. I motivi alla base della decisione di lasciare l’Italia sono diversi, come emerge dal Talk:

• Occupazionali: ovvero salari e condizioni contrattuali. Secondo un Report AlmaLaurea in Italia dopo un anno di lavoro il 27,6% dei laureati ha un contratto a tempo indeterminato a fronte del 51,8% dei laureati all’estero. Inoltre, un laureato che lavori in Italia dopo un anno percepisce mediamente 1384 euro a fronte dei 1963 euro all’estero. Dopo 5 anni, guadagna 1599 euro a fronte dei 2352 euro della retribuzione media all’estero
• Geografici: il Sud conferma i problemi strutturali e in 10 anni registra 157mila cervelli ‘fuggiti (Fonte Istat)’, mentre al Nord il saldo nonostante tutto rimane numericamente positivo
• Globalizzazione
• La possibilità di crescere professionalmente e di poter fare carriera velocemente e da subito
• La mancanza di alcune forme di discriminazione legate ad esempio all’età (nei curriculum all’estero non viene indicata, in Italia sì) e al genere (all’estero durante i colloqui non si possono chiedere informazioni sullo stato familiare presente o futuro, in Italia è una prassi comune se la colloquiata è una donna)
• Difficoltà a fare impresa o ricerca in Italia
• Maggiore dinamicità del mercato del lavoro estero
Peraltro, la fuga dei cervelli può essere vista anche come una ‘risorsa’. Secondo Pier Giorgio Bianchi, co-founder e amministratore delegato Talents Venture, intervenuto al talk, “è un bene poter andare all’estero e trovare nuovi stimoli, per poi tornare in Italia”. Infatti, sottolinea, è vero che i salari e i contratti sono migliori all’estero ma per i giovani giocano un ruolo importante anche gli stimoli.

Quindi, secondo Bianchi, per contrastare il fenomeno occorre lavorare su:

• Migliorare le condizioni contrattuali: aumentare i salari (attraverso l’incremento della produttività o la diminuzione del costo del lavoro) o ridurre i costi attraverso ad esempio politiche abitative ad hoc e politiche sui mezzi di trasporto che consentano di non dover vivere in città
• Migliorare gli stimoli offerti: soprattutto espanderli in tutte le zone e non lasciarli circoscritti alle grandi città

Se il problema quindi non è tanto l’andare fuori dai confini nazionali, cosa che può essere fonte di arricchimento, il problema diventa che chi parte non ritorna. In poche parole, l’Italia è poco attrattiva. Sia nei confronti dei propri cervelli che di quelli stranieri. Bianchi evidenzia come per 1 ricercatore non italiano che prende una borsa di studio nel Bel Paese, ce ne siano 10 italiani che la prendono all’estero.

Quello che manca, sottolinea Lorenzo Maternini, vice presidente e socio fondatore di Talent Garden, è una visione di sistema a livello aziendale e di Paese: i giovani, afferma, sono disponibili a sacrifici come ad esempio accettare uno stipendio iniziale basso, ma in una cornice di opportunità, con l’idea di migliorare. E questo, in Italia, non c’è.
Proprio la formazione diventa uno strumento potente di attrattività e di sviluppo dei nuovi talenti. E diventa ‘continua’, in un mondo sempre più veloce, per evitare l’obsolescenza delle competenze. Un aspetto che riguarda anche la riqualificazione dei lavoratori maturi, sottolinea Maternini.

Un altro strumento per aumentare l’attrattività lo propone Monica Poggio, ad Bayer, nel suo intervento: occorre un cambio della cultura aziendale, a partire dalle retribuzioni e dal gap salariale uomo-donna passando dall’importanza della ‘Posizione’ a prescindere da chi la occupa, soffermandosi quindi solo sulle competenze.

Inoltre, emerge dal Talk, per diventare attrattivi non va ignorato cosa vogliono i giovani:

• senso
• purpose
• prospettiva (di carriera e di impatto che si può avere sul mondo)
• sostenibilità
• qualità del lavoro
• qualità della vita
• formazione
Competenze e formazione chiamano in causa il sistema educativo, tra cui in primis le Università, e il mondo del lavoro. Per Poggio il dialogo tra questi due settori è fondamentale, e passa da una progettazione dell’orientamento dei giovani in modo che facciano percorsi coerenti con gli sbocchi professionali reali, nonché da un forte lavoro in rete per condividere “conoscenze, aggiornamenti, competenze, cambiamenti organizzativi”.

Il 2023 è l’Anno europeo delle Competenze, sottolinea Maternini in chiusura di Talk, a dimostrazione del fatto che le politiche di formazione devono entrare nel mondo del lavoro. Luca Farè, dottorando in Scienze economiche e teaching assistant all’università di Namur (Belgio), ricorda come la Comunità Europea sia nata dal mettere in comune materie prima fondamentali come il carbone e l’acciaio, mentre oggi il bene fondamentale da mettere in comune è il talento. Una sfida per la trasformazione, in un mondo sempre più veloce, tecnologico e globalizzato.

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