Detenuto suicida nel carcere di Bari, i penalisti: «ripensare la pena»

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«Non restiamo indifferenti di fronte al suicidio di un ragazzo, posto in essere nel giorno in cui avrebbe dovuto cominciare ad espiare una lunga carcerazione. Rimaniamo sgomenti quando l’idea della funzione rieducativa della pena si frantuma di fronte alla percezione di chi la deve subire, con estrema sofferenza. Ecco, dunque, che la morte diventa una sanzione alternativa alla pena, irrogata dal giudice in assoluto più severo, ossia se stesso».

Lo dichiara la Camera penale di Bari commentando il suicidio di un detenuto 30enne, paziente psichiatrico, avvenuto nei giorni scorsi nel carcere di Bari.

«Quando ciò avviene all’interno di un carcere, ci si pone delle domande – dice la nota dei penalisti baresi – , non soltanto dirette a comprendere come è possibile che all’interno di una cella un ragazzo si tolga la vita usando le lenzuola, ma anche e soprattutto dirette a comprendere quali siano gli strumenti per rendere la pena effettivamente rieducativa in un contesto nel quale la condizione dei detenuti viene unanimemente riconosciuta come drammatica. Pensare ad una pena non deve significare soltanto darne esecuzione. La pena costituzionalmente orientata va necessariamente individualizzata – conclude la Camera penale di Bari –  da trasformarsi in quel percorso virtuoso che comporterebbe beneficio per l’intera società».

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