Un sistema giudiziario distratto. Beniamino Zuncheddu: il più grande errore giudiziario?

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Beniamino Zuncheddu è ospitato da 31 anni nelle nostre patrie galere  ma la sua condanna è fine pena mai. Sta scontando una condanna per un triplice omicidio ma lui si è sempre dichiarato innocente. Ad ogni modo è in corso a Roma il processo di revisione.

Sarà la Corte di appello di Roma, presieduta dal dott. Monteleone, a riesaminare tutte la carte di quel maledetto processo dove, Beniamino Zuncheddu, sarebbe l’autore della strage di Sinnai avvenuta nel cagliaritano nel gennaio 1991.

Era l’8 gennaio del 1991 quando in una masseria di proprietà di  Gesuino Fadda lo stesso Gesuito, suo figlio  Giuseppe e il pastore Ignazio Zuncheddu forno massacrati a colpi di fucile. L’unico scampato fu (è) Luigi Pinna genero di Gesuito Fadda.

Luigi Pinna è un testimone oculare ha visto tutto. La sua prima testimonianza però fu povera di indizi poiché a suo dire l’assassino aveva il volto coperto da una calza a maglia da donna. Non poteva sapere chi fosse.

Tuttavia lo stesso Pinna dopo giorni cambia versione e racconta di poter riconoscere l’aggressore che in realtà non avrebbe avuto il volto travisato. In un riconoscimento fotografico indica Beniamino Zuncheddu quale autore della strage.

Le indagini si serrano attorno al Zuncheddu e poco dopo sarà arrestato quale esecutore materiale del triplice delitto.  La condanna all’ergastolo arriva scontata. La vita di Pusceddu adesso è scandita dal rumore delle chiavi della sua cella da ben 31 anni.

Zuncheddu, anche se condannato a fine pena mai giura e spergiura di non aver commesso quell’atroce e inspiegabile delitto. Recentemente è stato intervistato da Errorigiudiziari.com ed ha ribadito la sua totale estraneità ai fatti: “Mi hanno condannato all’ergastolo ma sono innocente“.

Le ragioni che Zuncheddu espone tuttavia hanno convinto magistrati e legali a rivedere il processo, almeno questo, posto che, verosimilmente, siamo emersi riscontri che lasciano un grosso margine di operatività legale visto che i dati e gli elementi fattuali raccolti durante le indagini pare siano molto lacunosi. Pare.

Ciò che non convince sono innanzitutto le modalità operative del delitto. Per commettere il triplice omicidio, secondo il collegio difensivo, ci voleva una preparazione altamente professionale: conoscenza del posto, abitudini di vita, presenze inopportune e non previste, ripartizione del tempo e del luogo durante i lavori in masseria dei tre morti ammazzati, orari, tempo di arrivo e di ripartenza, appostamento, uso proprio dell’arma, insomma una “preparazione militare” che non consente alcun tipo di sbavatura operativa. Un omicidio perfetto.

Peccato però che il primo elemento che contraddice la “preparazione militare” lo si ricava da una forma di invalidità alla spalla di cui soffre Zuncheddu fin dalla nascita. La menomazione alla spalla impedisce pertanto l’imbracatura a spalla e  l’imbraccio del fucile al momento dello scoppio. E’ convinzione che se Zuncheddu avesse sparato un solo colpo la sua spalla non avrebbe retto il rinculo del fucile e dunque non avrebbe avuto il tempo di ammazzare tre persone, forse una sola, forse.

Un altro elemento a discarico lo si ricava dalla ricostruzione in 3D del luogo del massacro. In buona sostanza il superstite alla carneficina, Luigi Pinna, stando alla sua ricostruzione dei fatti plasticamente sovrapposti alla ricostruzione elaborata da un tecnico specializzato in scena del crimine dimostra, almeno così si crede, che il Pinna non avrebbe mai potuto vedere manco le fattezze dell’omicida perché la sua posizione all’interno della scena è “precaria” per un corretto riconoscimento. Il collegio tecnico difensivo vuole dimostrare che Pinna non avrebbe potuto vedere il Zuncheddu men che mai le sue fattezze da qui le contestazioni al Pinna circa la sua testimonianza traballante.

Che il Pinna abbia volontariamente dichiarato “falsa testimonianza”? E perché?

C’è un altro aspetto che lascia qualche perplessità. La circostanza riguarda le indagini di polizia giudiziaria condotte immediatamente la strage. La Procura Generale sarebbe convinta che un sovrintende di polizia incaricato di investigare pare abbia “fatto confondere” ( non è dato sapere se si tratta di un depistaggio o di una clamorosa svista) il Pinna che avrebbe confuso nomi e foto a lui sottoposte. Ma se nella prima testimonianza aveva detto che l’omicida aveva il volto travisato?!?!

Se c’è stato inquinamento  delle indagini ciò si sarebbe concretizzato quando è stata mostrata al testimone la fotografia del pastore di Burcei “in anticipo” rispetto al riconoscimento ufficiale avvenuto circa dopo 40 giorni i fatti davanti al pm. Se così fosse, “l’unica fonte di prova” a carico di Zuncheddu sarebbe “inattendibile” pur rappresentando la “prova regina per la condanna”.

Infine alcune discrepanze sulle intercettazioni telefoniche ambientali poste a carico del Pinna. Pare che sia stata raccolta in un momento delle indagini una confidenza secondo la quale il Pinna sia effettivamente a conoscenze di come sia andati i fatti. E pare che questa confidenza l’abbia fatta a sua moglie dopo aver lasciato gli uffici di polizia a Cagliari dove era stato sentito sempre per i motivi inerenti della strage.

Troppe contraddizioni e troppi perchè.

Ora la parola passa alla Corte d’appello di Roma che nel processo di revisione dovrà verificare le tante anomalie che hanno condotto in carcere Beniamino Zuncheddu.

Franco Marella


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