Cassazione: non tagliare le unghie all’asino è reato. Storia tutta italiana

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Tranquilli non è l’asino che ha denunciato il padrone ma la Asl di Cuneo nel 2016 ha denunciato un pastore, (non sappiamo a questo punto chi è l’asino) che non curava i suoi 12 somarelli. Difatti perché si configuri il reato di abbandono di animale non serve che la detenzione generi una patologia, è sufficiente che la stessa provochi patimenti – leggasi sentenza n.14734/2019 della Cassazione

Nel caso di specie infatti gli Ermellini hanno respinto il ricorso dell’imputato-pastore poiché, non provvedendo al taglio delle unghie degli asini, li costringeva a una postura innaturale, che creava altresì problemi alla deambulazione degli animali.

Il Tribunale di Cuneo condanna E.C. per il reato di cui all’art. 727 cod. pen. L’imputato infatti, nella sua qualità di titolare di diverse aziende agricole “faceva trasportare 63 asini di proprietà delle citate aziende e destinati alla monticazione, alcuni dei quali erano detenuti in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze ed, in particolare: 12 asini con evidenti difficoltà di deambulazione per le unghie eccessivamente lunghe, che necessitavano di cure di maniscalco ed un asino che non era in grado di reggersi in piedi e, perciò, di affrontare il viaggio.” E.C però proponeva ricorso in Cassazione, osservando che, in realtà gli animali erano in buone condizioni di salute e che, il giudice non avrebbe potuto prescindere dalla sofferenza degli animali, che di fatto non è stata dimostrata in giudizio.

Non tagliare le unghie all’asino è reato anche se causa un mero patimento. La Cassazione respinge il ricorso ritenendolo inammissibile precisando che: “la sofferenza causata ai propri asini, per via delle unghie molto lunghe, è produttiva di gravi sofferenze e assumono rilievo, non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione.

E fin qui la logica della giurisprudenza. Sentenze che non fanno una piega e, a conti fatti, se l’è meritata. Potessimo parlare agli asini gli diremmo : ” spernacchia il tuo padrone con un sonoro e regale raglio” . Ma non si può, tuttavia una carezza l’accetteranno volentieri.

Ma la questione non è solo questa. La domanda che mi pongo: “Possibile che bisognava arrivare in Cassazione per dirimere questa questione?”   Nessuno vuole togliere il diritto agli animali di essere difesi e di vivere una vita dignitosa, ci mancherebbe, ma credo che per determinati reati ci debbano essere misure alternative al fine di non sottrarre alla Cassazione tempo, giudici e altro visto l’arretrato e fascicoli molto spinosi da risolvere.

 

Franco Marella

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