A tu per tu con il maestro Francesco Lotoro “Dal filo spinato alle farfalle” (intervista)

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Il maestro Francesco Lotoro, musicista, compositore, musicologo, docente presso il Conservatorio “Niccolò Piccinni” di Bari, ricercatore e scrittore ha incontrato martedì 22  febbraio  gli alunni della classe 5aA (Plesso “Carlo Alberto”) dell’Istituto Comprensivo “Manzoni-Poli” di Molfetta. L’evento si colloca all’interno di un percorso di riflessione e di conoscenza intrapreso dagli scolari in merito alla Shoah e alla produzione di opere musicali e teatrali prodotte dagli Ebrei nei dei campi di concentramento.

L’iniziativa, fortemente auspicata dagli alunni, dopo aver saputo dell’opera di ricerca del Maestro Lotoro, è stata realizzata dal docente Gaetano del Rosso, con la preziosa collaborazione dell’insegnante Angela Muti. Notevole l’entusiasmo degli alunni nell’accogliere il Maestro, che ha loro dedicato del tempo effettuando una sosta a Molfetta.

Tante le domande poste dagli alunni, emotivamente convolti dalla narrazione del Maestro, testimone autorevole di un passato che, lungi dall’essere un ricordo sbiadito dal tempo, esige un’instancabile opera di divulgazione soprattutto fra le giovani generazioni, affinché a loro volta testimonino il valore della vita al di là di ogni condizione e pregiudizio.

–        Maestro, quando ha incominciato a studiare musica?

o       Avevo 8 anni quando ho incominciato ad esplorare il mondo meraviglioso della musica.

Da allora è diventata la mia ragione di vita e mi sento un privilegiato, perché chi vive di musica affronta meglio l’esistenza.

 

–        Le piaceva studiare soltanto la musica o anche le materie scolastiche?

o       La musica per me era molto importante, ma lo erano anche le materie scolastiche. Leggevo molto e mio padre mi comprava le enciclopedie. Di quei volumi immagazzinavo nella mia mente tanti contenuti.

 

–        Quanto tempo dedica allo studio?

o       Studio continuamente. Trascorro la giornata studiando e suonando il pianoforte.

In alcune giornate, quelle piene di interviste e di riprese TV, studio un po’ meno, ma anche quando viaggio colgo le occasioni per imparare qualcosa di nuovo.

 

–        Fa anche concerti?

o       Sì, ho suonato molte volte in Italia, ma anche all’estero: Francia, Germania, Svizzera, Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Russia, Israele, Brasile, Stati Uniti, Canada. 

 

–        Quando ha incominciato a cercare la musica scritta nei campi di concentramento?

o       Ero molto giovane quando incominciai a svolgere queste ricerche. Tutto iniziò da una partitura trovata per caso. Da allora sono trascorsi oltre trent’anni e la ricerca mi ha consentito di raccogliere moltissimo materiale. Sono migliaia e migliaia i reperti. La mia missione è quella di far tornare in vita la musica dei lager, composta di nascosto dai prigionieri, non soltanto ebrei, tra il 1933 ed il 1945. Penso che in questo modo si restituisca la vita ingiustamente sottratta a coloro che da quei campi non sono più usciti e si contribuisce a scrivere la grande storia dell’umanità, fatta di tante pagine belle, ma anche di qualche racconto spiacevole.

 

–        Qualche volta ha suonato le musiche ritrovate nei campi?

o       Sì, moltissime volte, in Italia e all’estero.

 

–        Che cosa prova quando suona quelle musiche?

o       Un infinito senso di gratitudine verso i loro compositori, perché hanno testimoniato che nessuno può privare le persone della libertà interiore. Nonostante le condizioni disperate in cui vivevano, quei prigionieri hanno escogitato tutti i metodi e i sistemi per lasciarci la loro eredità, che oltre ad essere musica è un testamento del cuore, dell’intelletto, della creatività. Pensate scrivevano di notte, di nascosto, sulla carta igienica o sui sacchi di iuta e quando non potevano scrivere memorizzavano le partiture per stenderle in momenti più favorevoli.

Quelle musiche oggi, a distanza di oltre 70 anni, possono essere eseguite e molte sono state incise. Finalmente a quei musicisti è stata data la possibilità di essere con noi.

 

–        Maestro, abbiamo saputo che su di lei è stato girato un film documentario. Ci parla di quell’esperienza?

o       Il docufilm “Il Maestro”, è stato girato dal regista Alexandre Valenti ed è stata una produzione italo-francese sotto l’alto patronato dell’Unesco.  L’idea è stata quella di raccontare con le immagini il contenuto del libro “Il Maestro” di Thomas Saintourens, pubblicato nel 2012 in lingua francese e nel 2014 in italiano. In questo libro si racconta un po’ della mia vita e tanto della mia ricerca.

 

–        Sappiamo che a gennaio scorso è stato pubblicato un altro libro su di lei. Ce ne potrebbe parlare?

o       In questo libro si parla dei musicisti di cui ho ritrovato le opere. È stato molto bello scriverlo perché ho ricordato molti momenti delle mie ricerche e finalmente ho potuto consegnare ai lettori le biografie di musicisti di cui non si era a conoscenza.

 

Il titolo del suo ultimo libro è: Un canto salverà il mondo. Perché quel titolo? e perché un canto può salvare il mondo?

Questo libro racconta la ricerca, che con un instancabile lavoro di recupero, studio, revisione, esecuzione e registrazione ha portato alla costruzione di un archivio di ottomila opere di musica concentrazionaria, diecimila documenti di produzione musicale nei Campi (microfilm, diari, quaderni, registrazioni fonografiche, interviste a sopravvissuti) e tremila pubblicazioni universitarie, saggi di musica concentrazionaria e trattati musicali prodotti nei Campi.

È l’impresa epica della costruzione di un archivio straordinario e unico al mondo. Un viaggio nella Musica e nella Storia che svela un modo nuovo di raccontare i capitoli più bui del Novecento: indagando le strategie del genio creativo e dell’emozione attraverso le quali una vicenda umana può entrare in una partitura e da qui oltrepassare le maglie del suo tempo per accedere all’eternità.

“La musica prodotta in cattività, aveva poteri taumaturgici, rovesciava letteralmente le coordinate umanitarie dei siti di prigionia e deportazione, polverizzava le ideologie alla base della creazione di Lager e Gulag. Forse non salvava la vita, ma sicuramente questa musica salverà noi.”

 

ha avuto un parente o amico deportato?

 

 

–        Ci è stato detto anche che si sta impegnando affinché nasca a Barletta la Cittadella della Musica Concentrazionaria. Di che cosa si tratta?

o       Si tratta di un grandioso progetto che darà finalmente lo spazio e l’importanza che merita alla produzione musicale composta in cattività. Il sito della ex distilleria, sarà convertito, mi auguro a breve, in un grande complesso che ospiterà teatro, biblioteca, sale studio, e tanti altri ambienti ancora, per favorire la diffusione della conoscenza di questa musica.

 

–        Ha pubblicato un’enciclopedia sulla musica concentrazionaria?

o       Sì, diversi anni fa pubblicai con grandi sacrifici anche economici l’enciclopedia discografica KZ MUSIK in 24 cd-volumi. È stato anche quello un modo per far conoscere la musica prodotta nei campi.

–        Maestro, per noi ragazzi la musica è legata a momenti di allegria, di svago, di spensieratezza.  Oggi abbiamo scoperto un altro tipo di musica. Qual è il suo significato?

o       La musica prodotta in quei lager ha oltrepassato il filo spinato ed è diventata libertà.

… Libera come le farfalle ha liberato gli uomini che le hanno creduto.

                            Paola Copertino

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